Sabrina Iencinella: molto più di Lady Percassi
Dalle passerelle di Parigi alle colline di Bergamo: la storia di una lungimirante imprenditrice che ha scelto di stare nell’ombra, per custodire la propria luce
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Sarà, forse, merito del portamento regale e della cura con cui sceglie e scandisce ogni parola, proferita con grazia e dizione perfetta. Oppure, dei penetranti occhi a mandorla, che incorniciano il luminoso incarnato ambrato e un perfetto profilo alla francese. O, magari, per quell’armoniosa silhouette, evocativa delle veneri della statuaria antica: ma quando ci si trova al suo cospetto, si ha l’impressione di essere di fronte a una Dea.
Non indossa abiti nero azzurri, bensì un morbido completo blu da casa che su di lei – complici gli anni trascorsi sulle passerelle – sembra un capo di alta moda.
Sabrina Iencinella – è cosi che, tuttora, si presenta, benché da un quarto di secolo sia la compagna di Antonio Percassi, nonché mamma del loro Michael, 13 anni – è una donna discreta e armoniosa, che ha sempre deciso (per amore e per rispetto) di restare nell’ombra, sebbene la sua sia una storia ricca. Di quelle che val la pena raccontare.
L’infanzia a Jesi e il legame viscerale con la sua terra, lasciata a 17 anni, dopo il sesto posto a Miss Italia (e la fascia di Miss Marche). Il trasferimento prima a Parigi (per l’agenzia di mannequin più celebre, Elite Model) e poi a Milano.
Un’avvenenza che non sfugge a Mediaset, dove viene ingaggiataper diversi programmi di punta (da “Buona Domenica” a“Paperissima”).
Lei, però, capisce che quel mondo non le appartiene: ha l’intuizione, all’inizio del nuovo millennio, di aprire un’agenzia di eventi, Emmeventi, e la lungimiranza di specializzarsi in centri commerciali («i colleghi mi prendevano in giro: in quegli anni il lavoro ruotava intorno alle feste in piazza. Ai loro occhi ero un’aliena! Ma viaggiavo parecchio e mi ero accorta che ciò che faceva tendenza negli Stati Uniti, dopo un po’ attecchiva in Italia: e là, tutto accadeva dentro ai mall»).
Il suo maggior cliente? Il neonato Oriocenter. Oggi, come allora,uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, inaugurato nel 1998 da un imprenditore visionario che, di lì a poco, si sarebbe perdutamente innamorato di lei. Una delle tante vicende che toccheremo nel corso di questa intervista a cuore aperto.
IL LEGAME CON LE MARCHE: DA AMBASSADOR A INVESTITRICE
Sabrina ci apre le porte della loro splendida dimora, sulle colline di Bergamo: una vecchia cascina che ha saputo trasformare in un angolo di Paradiso.
Il trionfo di fiori, i prati scoscesi e l’atmosfera bucolica regnano in ogni angolo, rimandando ai paesaggi incantanti dell’entroterra marchigiano. Ogni siepe evoca, inevitabilmente, un’immensità in cui “il naufragar è dolce”.
«Ho tentato di ricreare a Bergamo un pezzetto di Marche – spiega, con un punta di orgoglio, nella consapevolezza di essere riuscita nell’ardua impresa -. Ringrazio il Signore tutti i giorni, perché vivo immersa nella bellezza. Ho asini, pecore, mucche e galline; un orto che ci fornisce frutta e verdura a chilometro zero. Ho disseminato per la casa diversi punti di ricarica energetica, seguendo i dettami del Feng Shui, per armonizzare l’energia vitale».
Ovunque, spiccano fiori rigogliosi: Sabrina ha scelto con cura le diverse varietà, ha piantato i semi, li ha coltivati (come ha imparato da mamma) e, nei ritagli di tempo, realizza bouquet per ornare gli interni («ho seguito dei corsi ad hoc»).
Qual è il fiore che più le somiglia?
«La peonia: è il fiore dell’abbondanza. Ed è così che mi percepisco: sono una persona che si dà agli altri, empatica, generosa. Non fraintendetemi: non sono Madre Teresa di Calcutta. Col tempo, ho realizzato che esistono “vampiri energetici”, da tenere alla larga. Cerco di darmi e dare alle persone importanti e costruttive».
Com’è la famiglia in cui è cresciuta?
«Rivendico, con orgoglio, la provenienza da una famiglia molto umile: che mi ha insegnato a sopravvivere, anche durante imomenti di carestia. È stata la lezione più preziosa che i miei potessero impartirmi e che mi salvò quando, a 17 anni, andai via di casa. Trascorsi il primo mese, a Parigi, piangendo; l’agenzia spingeva affinché mi trasferissi in Giappone, ma declinai: preferì Milano. Ero troppo giovane e poco strutturata. Basandomi sulla mia esperienza, ritengo che per concorrere a Miss Italia si dovrebbe essere maggiorenni».
Come erano i suoi genitori?
«Moderni, giovanissimi: lo sono ancora, considerato che hanno 75 anni. Papà faceva il macchinista ed era sempre in giro per l’Italia, soprattutto a Milano: di conseguenza, aveva un approccio aperto nei confronti del mondo. Abitavamo in una cascina, con mamma, nonna e le zie».
Quali degli insegnamenti ricevuti si è rivelato una pietra miliare anche nell’educazione di Michael?
«Può suonare duro, ma i miei mi ripetevano spesso: “Chi ti credi di essere? Non sei nessuno”. Una frase per riportarmi con i piedi per terra. Mi ritrovo a usarla con Michael: è un ragazzino sensibile, educato, attento; desidero gli sia chiara l’importanza del rispetto. Gli rammento che – nonostante porti un cognome importante – dovrà dimostrare di esserne all’altezza: è inutile farsi grandi, per qualcosa che ha realizzato qualcun altro. Ambisco acrescerlo in maniera realista: del resto, tutto può cambiare nel corso dell’esistenza».
Cosa rappresentano, per lei, le Marche?
«Quando faccio ritorno è come se mi si aprissero tutti i sensi: la vista contempla quelle sterminate colline, l’olfatto si inebria dei profumi della natura e della campagna, della salsedine del mare. Per non parlare del gusto: gli ortaggi hanno un altro sapore. La ricotta è inarrivabile. Abbiamo delle materie prime ineguagliabili: la terra ci consegna dei tesori. Del resto, vantiamo montagne, mare, colline: abbiamo tutto».
Il suo rifugio?
«La cameretta di quando ero bambina. È minuscola, ancor più da quando c’è un letto matrimoniale: ci dormiamo io e Michael, quando andiamo a trovare i nonni. Stiamo un po’ scomodi, considerato che lui, ormai, è un uomo, ma per me è prioritario checresca calato nel mondo reale. A Jesi si diverte un sacco con i cuginetti, pressoché coetanei: trascorrono le giornate giocando nel piazzale antistante, rigorosamente a piedi nudi».
Uno dei suoi luoghi del cuore è Portonovo, che definisce la quintessenza delle Marche: “selvaggia, sincera, mai uguale sempre vera”. In quale di questi aggettivi si rispecchia?
«Tutti. Soprattutto nell’essere selvaggia. Quando vado giù, mi spoglio di tutti gli orpelli. Ho persino un abbigliamento ad hoc: nulla di firmato, bensì Zara e dintorni. Uno dei miei passatempi preferiti è andare al mercato di Ancona, il martedì mattina, con le amiche di una vita, a caccia di stock e occasioni tra le bancarelle. È un tuffo nel passato: tutte le settimane, con mamma, si andava a far compere al mercato. Scarpe, frutta, padelle: qualsiasi cosa. Ecco: in quei momenti, mi connetto con la vera me. Qualche mese fa abbiamo fatto una rimpatriata tra parenti: eravamo in 35, con un budget di 15 euro a testa. Credo sia stata la cena più bella della mia vita».
Tradizioni marchigiane importate in casa Iencinella-Percassi?
«La cucina. La Vigilia mangiamo rigorosamente stoccafisso in umido, seguendo la ricetta di nonna, tramandata di generazione in generazione. Antonio e Michael apprezzano anche i cappelletti di mia zia. Il brodo è ricavato dagli animali che alleviamo qua».
Da qualche anno è impegnata in prima linea nel ruolo di Ambassador della Regione Marche. Tra gli obiettivi, la promozione del turismo fuori stagione.
«Nelle Marche si potrebbe vivere di turismo dodici mesi: ma, allo stato attuale, mancano le strutture ricettive, poiché si hal’abitudine di chiuderle, non appena termina la stagione balneare. È fondamentale formare chi fornisce i servizi – dal ristoratore all’albergatore – perché in inverno è veramente faticoso trovare hotel aperti. Destagionalizzare e puntare anche su altre tipologie di escursionismo – penso all’affascinante percorso leopardiano, che abbiamo fatto qualche mese fa, io Michael – sarebbe meraviglioso, ed è una delle priorità del presidente della Regione, Francesco Acquaroli: ma non siamo ancora pronti».
Ha scelto di puntare sulla sua terra per la sua nuova scommessa imprenditoriale.
«Si tratta di un progetto allo stato embrionale e in merito al quale, per ora, preferisco non scendere nei dettagli. Partendo dal presupposto di valorizzare l’autenticità e le straordinarie bellezze delle Marche, ho voluto creare delle realtà ricettive dal carattere distintivo, curate in ogni particolare e concepite per far sì che gli ospiti si sentano accolti come fossero a casa. Un progetto che unisce design, identità e servizi di concierge dedicati, per rispondere alle esigenze di un turismo sempre più attento ed esigente; contribuendo – al contempo – alla crescita del territorio. Insomma: da ambasciatrice della mia regione, ho deciso di diventare investitrice ».
DALLE PASSERELLE, ALL’INTUZIONE DELLA CREAZIONE DI EVENTI PER I CENTRI COMMERCIALI
Facciamo un passo indietro: cosa le ha insegnato il mondo dello spettacolo?
«Ho avuto la fortuna di calcare le passerelle nell’epoca delle grandi top model. Non era sufficiente essere belle: si seguivano corsi di portamento e buone maniere… ci insegnavano persino come stare a tavola! Adesso, vedo modelle con le gambe storte e andature sbilenche: a mio avviso, così si uccide la femminilità. Di quegli anni, conservo pezzi meravigliosi, che sfoggio ancora con orgoglio. Ad esempio, iconiche giacche di Genny: sono stata indossatrice nel loro showroom per diverso tempo. Le esperienze sul piccolo schermo mi hanno lasciato in dote la dizione – grazie ai corsi di recitazione che era necessario frequentare – ma è un ambiente che ho frequentato poco: ho capito presto che non sidiventava famose per bravura, bensì scendendo a compromessi. E vado fiera di non aver mai svenduto me stessa».
Così, nel 2001, ha lasciato la TV per aprire Emmeventi.
«Da subito scelsi di specializzarmi in centri commerciali, con un investimento economico non indifferente: avevo un palco in plexiglass, di quelli che si vedevano soltanto in TV. Chiedevo un anticipo del 50% e avevo trovato un cliente super, a Bergamo: Oriocenter. Il mio referente – oggi come allora – era il direttore del centro, ma dopo un anno in cui organizzavo assiduamentesfilate, il proprietario volle conoscermi. Venivamo entrambi da esperienze sentimentali importanti, la cui conclusione aveva lasciato ferite aperte: fu un colpo di fulmine. Non mi ha più lasciata».
Oriocenter figura ancora tra i suoi principali clienti.
«In collaborazione con l’ufficio marketing, formulo proposte ed eventi per attrarre gente, assecondando la richiesta: che si tratti di un pubblico di famiglie o di giovani. Il successo di Orio è frutto di una strategia a 360 gradi: dal parcheggio gratuito alla squadra di vigilanza fissa, attiva 24 ore su 24, fino alle sale cinematografiche e la presenza di brand attrattivi per ogni fascia di età, che in città hanno chiuso. Quando ero piccola, andavo a fare le vasche per le vie di Ancona, con le amiche: lì trovavamo tutto ciò che ciinteressava. Oggi, i ragazzi chiedono di fare le vasche a Orio, perché il centro città si sta svuotando. I nostri centri – depositari della nostra storia – avrebbero bisogno di una figura che facesse strategia, intercettando le necessità dei cittadini e puntando su una maggiore commercializzazione».
Dal cuore di Bergamo, a quello di Milano: nel 2020 ha inaugurato “Via Spiga 15”, una raffinata location di 120mq per ospitare eventi esclusivi, press day, presentazioni, shooting e via dicendo.
«Ho lavorato come una pazza durante tutto il 2019, per aprire il 30 gennaio 2020: l’agenda era piena zeppa di eventi, fino a marzo. Ovviamente, con il Covid, tutto è saltato. Il mio corposo investimento iniziale è andato a farsi benedire: non sono riuscita ad ammortizzarlo. Ho dovuto accendere dei finanziamenti, che tuttora sto ripagando».
UNA VITA ALL’INSEGNA DELLA RISERVATEZZA
Di lei, fino a questa intervista, si sapeva poco.
«Ho scelto di fare un passo indietro, affinché Antonio potesse apparire in tutto il suo splendore. Sono stata circondata da personaggi famosissimi, eppure non ne ho mai approfittato per intessere legami lavorativi o promuovere la mia attività. Briatoreha saputo quale fosse la mia professione pochi anni fa; effettivamente, mi sono sempre posta come la Sabrina compagna: non mi sono mai permessa di raccontare la Sabrina imprenditrice. Di dare voce alla mia storia. Ho mantenuto un profilo basso e le mie amicizie sono nelle Marche o a Milano: come Katia Noventae Melania Rizzoli, donne che adoro».
Cosa le ha insegnato, a livello imprenditoriale, AntonioPercassi?
«Tutto. È stato il mio maestro: specialmente per quanto concerne il settore immobiliare. Mi ha insegnato a guardare oltre, a proiettarmi verso il futuro».
Le dà fastidio essere chiamata Lady Percassi?
«Ma no: è un gioco. Come quando, da piccola, giochi alle signorecon le amichette. Inoltre, va precisato che non sono sua moglie».
Che padre è, per Michael?
«È un papà fantastico, presente: forse perché lo ha avuto ad una età in cui si ha maggiore consapevolezza. È molto affettuoso, attento, premuroso, e protettivo: si preoccupa ogni volta che si fa male o si ammala. Chiacchierano un sacco: di calcio, ma soprattutto della vita».