POOH60, IL TOUR DEI RECORD

La band festeggia le sei decadi di carriera con trenta date (sold out). « Il nostro vero patrimonio è il pubblico»

POOH60, IL TOUR DEI RECORD
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FACCHINETTI: «IL MIO SEGRETO? NON SMETTERE MAI DI SOGNARE»

Si chiama “La nostra storia” il tour che celebra i 60 anni di musica dei Pooh, ma in fin dei conti queste sei decadi di hit, emozioni e successi, non ripercorrono soltanto il vissuto di Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Riccardo Fogli (nonché Stefano D’Orazio e Valerio Negrini), ma raccontano pagine della storia di chiunque sia nato, cresciuto o vissuto in Italia dal 1966 ad oggi.

Pensateci bene: perché che si tratti di “Tanta voglia di lei”, “Piccola Katy”, “Pensiero”, “Uomini soli” o “Dammi solo un minuto” (giusto per citare una manciata di titoli, all’interno di un repertorio composto da 344 inediti), almeno una delle loro canzoni è stata la colonna sonora di un frangente delle nostre esistenze.

Lo dimostra l’immediato sold out che ha caratterizzato le trenta date della tournée “Pooh60 – La nostra storia”, che prenderà il via all’Arena di Verona il 14 maggio (per tre serate) e che, in autunno, farà tappa anche alla ChorusLife Arena di Bergamo (25 e 26 settembre: pure in questo caso, i biglietti si sono volatilizzati all’istante).

Ma qual è il segreto di una band che – dopo 3400 concerti e 80 milioni di dischi venduti – riesce ancora ad essere sulla cresta dell’onda? Lo abbiamo chiesto direttamente a Roby Facchinetti.

«Il maggiore patrimonio dei Pooh è il nostro pubblico, che ci segue e ci ama da 60 anni. Forse perché raccontiamo la vita, quella che accade a tutti: del resto, una volta scesi dal palco, siamo persone normali, calate nel mondo reale. Ecco perché le poesie scritte da Stefano D’Orazio e Valerio Negrini hanno un qualcosa di universale. Spesso succede che la gente, per strada, si avvicini per dirmi: “Ma come avete fatto, nel tal brano, a descrivere esattamente ciò che mi era accaduto?”».

Le vostre, sono canzoni che sanno emozionare.

«Esatto: toccano corde profonde, in un mondo in cui non ci si emoziona più o ci si vergogna a mostrare i propri sentimenti. La musica, invece, riesce a tirarli fuori. E, le confesso, che è toccante anche per il sottoscritto tornare in tour a distanza di due anni dall’ultima data, sebbene alle spalle abbia più di tremila concerti. La vita è stata generosa con noi, a livello professionale e non solo. Certo, per arrivare a questi risultati, abbiamo fatto delle rinunce: abbiamo lavorato sodo, ma sempre con passione e gratitudine».

I Pooh sono una leggenda ben oltre i confini italiani.

«Un mese fa mi ha telefonato un amico: si trovava in Giappone, era a cena in un ristorante. Mentre chiacchieravamo è partita, in sottofondo, una nostra canzone. Ammetto che fa un certo effetto. È la stessa sensazione che provo quando, a casa, devo mettere mano al mio archivio e realizzo che abbiamo inciso 400 brani: ecco, ogni volta mi chiedo come sia stato possibile».

Quando ha capito che ce l’avevate fatta?

«Lo ricordo come fosse ieri: eravamo a casa mia, a Bergamo – io e Riccardo Fogli – sintonizzati su “Hit Parade”, la trasmissione radiofonica condotta da Lelio Luttazzi che il venerdì, a partire dalle 13, dava la classifica degli otto 45 giri più venduti della settimana. Il venerdì precedente eravamo ottavi, pertanto eravamo in trepidante attesa: ma quando Luttazzi comunicò il terzo e il secondo posto, ci rassegnammo. Fu una sorpresa incredibile, pertanto, quando – annunciando la prima posizione – partirono le note di “Tanta voglia di lei”. Ecco: in quel momento scoprì che la felicità esiste. Avevamo alle spalle cinque anni di gavetta e con quel 45 giri vendemmo 1.350.000 copie (era il 1971, ndr)».

All’interno del vostro sterminato repertorio, c’è un brano che ama maggiormente?

«Sono legato a tutti, soprattutto a quelli che ho composto io: sono figli e, in fin dei conti, sono affezionato anche a quelli che hanno avuto meno fortuna. Sono grato a “Tanta voglia di lei”, perché ci ha permesso di arrivare al grande pubblico. Come compositore, invece, cito “Parsifal” perché da lì il nostro percorso artistico si è aperto a sfaccettature musicali nuove: è un pezzo che ha apportato moltissimo alla nostra storia».

Una delle melodie più struggenti che abbia composto è “Rinascerò, rinascerai”, pubblicato l’8 aprile 2020, quando Bergamo era in ginocchio a causa della pandemia da Covid.

«Sono stati momenti terribili: settimane scandite dalle sirene delle ambulanze e dalle notizie che riportavano le morti di parenti e amici. Incisi il brano di getto, nello studio di casa mia; poi chiesi al Vava se potesse montare un video: generosamente, si prestò. Stefano (D’Orazio) scrisse il testo: una vera e propria poesia. Dopo pochissime ore dalla pubblicazione, raggiunse tutto il mondo: al punto che fu tradotto in una ventina di lingue, compreso il cinese, il giapponese e il vietnamita. Nella prima strofa, canto: “Quanto tutto sarà finito / Torneremo a riveder le stelle”. Mi commuove sempre pensare che, ora, il mio amico Stefano quelle stelle le starà vedendo da vicino (lo storico batterista dei Pooh venne a mancare il 6 novembre 2020, proprio a causa di complicanze legate al Covid, ndr)».

Parecchi anni fa, rievocando la prima esibizione dei Pooh a Bergamo – al Palazzetto dello Sport, anno 1966 – mi confidò il suo dispiacere nel constatare che la Città dei Mille non avesse un palazzetto all’altezza. Finalmente, eccolo: la ChorusLife Arena.

«Un grande dono che il mio caro amico, Domenico Bosatelli, ha fatto a Bergamo: era un uomo dal cuore immenso, un personaggio illuminato. Tutto il borgo che ha creato è un’opera straordinaria: ciliegina sulla torta l’Arena, dove ho già avuto occasione di esibirmi in tre occasioni».

Tra i suoi sei nipoti ce n’è qualcuno che somiglia al piccolo Camillo Facchinetti (il vero nome di Roby, ndr)?

«Sicuramente Alessandro, il secondo figlio di Giulia. Ha 9 anni ed è un furbetto: una ne pensa, cento ne fa. Ha una vitalità pazzesca, non sta fermo un secondo. Gioca a calcio tutto il giorno: spesso con suo fratello, Lorenzo, che ha una natura più tranquilla. E ama la musica: suona la batteria».

Su Instagram dedica spesso post pieni di gratitudine a sua moglie, Giovanna. Mi viene da pensare a un’affermazione che era solita fare Franca Rame, nel riferirsi al marito, Dario Fo. «Lui è un monumento, ma io sono il suo piedistallo».

«È proprio così: da quarant’anni, Giovanna è il mio punto di riferimento. Rappresenta la mia tranquillità, la mia casa, il mio equilibrio: noi artisti tendiamo ad essere un po’ aerei, ed è lei che mi ha permesso di tenere i piedi per terra. Senza mia moglie, avrei sicuramente fatto delle scelte sbagliate, anche a livello professionale: perché mi sa sempre consigliare e redarguire, se esco dal seminato».

Dopo 60 anni di carriera e 80 milioni di dischi venduti, ha ancora dei sogni nel cassetto?

«Eccome: gli artisti hanno il dovere di essere creativi, di non smettere di fantasticare. Ho tantissimi sogni nel cassetto da realizzare, anche a lunga scadenza: e non mi formalizzo di fronte agli anni che avanzano. Perché non voglio smettere di sognare: mai».