PARSI: «MEDIO ORIENTE IN FIAMME, IL MONDO VACILLA»

L’attacco a Teheran e la reazione a catena ridisegnano gli equilibri globali e minacciano Europa e Italia 

PARSI: «MEDIO ORIENTE IN FIAMME, IL MONDO VACILLA»
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L’attacco condotto da Israele e Stati Uniti contro l’Iran in maniera “preventiva” e la successiva scomparsa della Guida Suprema, Ali Khamenei, hanno innescato una reazione a catena che sta ridisegnando, col sangue e col fuoco, la mappa del Medio Oriente. Mentre la controffensiva di Teheran investe le petromonarchie del Golfo, l’intero ordine globale vacilla, trascinando l’Europa e l’Italia in una spirale di incertezza strategica ed economica senza precedenti. In questo scenario di frammentazione violenta, dove le vecchie bussole sembrano aver smesso di funzionare, abbiamo chiesto al Professor Vittorio Emanuele Parsi di aiutarci a decifrare la grammatica di un mondo in fiamme.

Professore, quali sono i reali interessi strategici che hanno spinto gli Stati Uniti e Israele a condurre un attacco di tale portata contro l’Iran?

«L’interesse di Benjamin Netanyahu in questa escalation è di una trasparenza quasi brutale. Attraverso il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in un conflitto regionale di vasta scala, il Premier israeliano persegue l’obiettivo di una supremazia assoluta nel Medio Oriente, puntando alla neutralizzazione definitiva della minaccia iraniana. Questo scenario gli offre il pretesto strategico per estendere quella che potremmo definire una ‘guerra selvaggia‘ al Libano, chiudendo i conti con l’asse sciita, e contemporaneamente sferrare un colpo probabilmente letale alle aspirazioni palestinesi in Cisgiordania.Non dobbiamo però ignorare la dimensione personale: per Netanyahu, la guerra è un’assicurazione sulla vita politica. Una condizione di emergenza perenne serve a distogliere l’attenzione dai processi per corruzione che lo riguardano e, soprattutto, a silenziare il dibattito sulle catastrofiche falle di sicurezza che hanno permesso il massacro del 7 ottobre 2023. Sul fronte americano, la postura di Donald Trump appare paradossale. Il Presidente sembra essersi lasciato trascinare in una guerra che non appartiene agli interessi profondi degli Stati Uniti, sedotto dalla narrativa di Netanyahu. Trump pare sottovalutare un dato fondamentale: le monarchie del Golfo, pur ostili a Teheran, non desiderano affatto un’egemonia israeliana senza pesi e contrappesi, né tantomeno una leadership occidentale arrogante. Una prospettiva  ‘vittoria totale’ di Israele rischierebbe di polverizzare quegli Accordi di Abramo su cui Trump ha costruito gran parte del suo capitale politico e, non dimentichiamolo, della sua fortuna personale. In un solo anno di presidenza, il suo patrimonio è lievitato da 4 a oltre 7 miliardi di dollari».

Si parla di un attacco ‘preventivo’ giustificato dalla minaccia nucleare di Teheran. L’Iran possiede effettivamente la bomba atomica o siamo di fronte a una narrazione funzionale all’intervento militare?

«Non c’è alcuna prova, né da parte dell’agenzia internazionale per l’energia atomica,  dall’ultimo report della Cia né dalle attestazioni del Pentagono, che l’Iran possieda un arsenale atomico operativo. Siamo di fronte a un paradosso logico: la stessa amministrazione Trump aveva dichiarato ufficialmente che i raid della scorsa estate avevano fatto arretrare il programma nucleare iraniano di decenni. Di conseguenza è tecnicamente impossibile che un apparato di ricerca, ridotto ai minimi termini a giugno e agosto, potesse disporre della bomba già a gennaio. La verità è che la minaccia nucleare è stata utilizzata come un paravento politico per giustificare questa folle operazione . Non si è colpita una minaccia reale e imminente, ma si è approfittato della vulnerabilità estrema di Teheran per chiudere una partita geopolitica aperta da quarant’anni».

La morte di Ali Khamenei ha squarciato il velo sulle profonde fratture della società iraniana: da un lato le immagini di chi festeggiava la fine del regime, dall’altro i riti collettivi di chi giura vendetta. Cosa desidera davvero il popolo iraniano in questo momento di vuoto di potere?

«Cinquant’anni di teocrazia non evaporano con la morte di un leader. La società iraniana è oggi spaccata da un’asimmetria tragica. Da un lato, la maggioranza della popolazione desidera un cambiamento radicale, ma non ha i mezzi, è disarmata e schiacciata da un apparato repressivo che ha sviluppato una resilienza enorme. Dall’altro, esiste una minoranza ma comunque corposa — quella legata alle armi e al potere economico — che è pronta a tutto pur di garantire la sopravvivenza del sistema. Il rischio è quello di ripetere gli errori del passato, come in Afghanistan e in Iraq: la libertà non si esporta né si ottiene per inerzia. Inoltre a Trump non interessa affatto una transizione democratica; gli basta un ‘cambiamento nel regime’ che sia più permeabile agli interessi occidentali, anche se dovesse restare una dittatura».

L’escalation che sta travolgendo il Medio Oriente non resta confinata nella regione. Quali sono le conseguenze dirette per l’Italia e per l’Europa di questo conflitto totale?

«Le conseguenze sono sistemiche e colpiscono il cuore della nostra sicurezza. Il primo impatto è energetico: il prezzo del petrolio è schizzato a livelli mai visti e sarà estremamente difficile riportarlo sotto controllo. Siamo di fronte a un rischio concreto di interruzione degli approvvigionamenti che mette in ginocchio l’economia europea e riaccende la fiammata inflattiva. Ma il pericolo più insidioso è politico. Il caos mediorientale è il miglior regalo possibile per Vladimir Putin: la crisi energetica spingerà molti, anche in Europa, a chiedere un allentamento delle sanzioni alla Russia pur di recuperare gas e greggio a basso costo. Cedendo a questo ricatto, non solo abbandoneremmo l’Ucraina, ma assisteremmo al definitivo indebolimento del diritto internazionale».

Esiste il rischio concreto che questo conflitto si trasformi in una guerra di logoramento a tempo indeterminato, come sta facendo la Russia con l’Ucraina?

«No, non credo che questa guerra possa trascinarsi come quella in Ucraina. Gli Stati Uniti non sono così folli da tentare un’operazione di terra in Iran, e Israele non ha la densità demografica per sostenerla. Non si può combattere all’infinito solo dal cielo: nella prima settimana di conflitto, Washington ha già bruciato 11 miliardi di dollari in sistemi balistici e antimissile per proteggere il territorio israeliano. È uno sforzo finanziario insostenibile nel tempo. Al contrario, la guerra che potrebbe non finire mai è quella contro il Libano, uno Stato strutturalmente più debole. L’ultima occupazione israeliana nel sud del Paese è durata sedici anni e temo che oggi l’obiettivo sia lo stesso: trasformare un’operazione temporanea in un’annessione di fatto, ricalcando il modello della Cisgiordania. Il Sud del Libano è una terra agricola di grande valore strategico; l’intenzione sembra quella di occuparla e non andarsene più, ridisegnando i confini attraverso la forza».

Come sta reagendo la leadership europea a questa esplosione di violenza e quale strada dovrebbe percorrere per non restarne travolta?

«L’Europa deve guardarsi dal rischio che la forza sovrasti la ragione e la violenza sostituisca la legge. Non è questo il nostro modello di civiltà: la nostra identità si fonda sullo Stato di diritto. L’errore del passato è stato non avere la forza di difendere questi principi, anche militarmente. I diritti non si proteggono da soli; serve la capacità politica di sostenerli. Oggi vedo una leadership europea — guidata da Francia, Spagna, Germania, Regno Unito e, pur con qualche incertezza, dall’Italia — che sta tenendo il punto. Certo, esistono posizioni isolate come quelle di Ungheria e Slovacchia, ma restano figure marginali nel grande scacchiere continentale. Se guardo al percorso fatto negli ultimi quattro anni, i nostri leader hanno fatto più di quanto ci saremmo aspettati, anche se meno di quanto sarebbe stato necessario. In un momento così buio, scelgo di vedere il bicchiere mezzo pieno».