«IL MIO TENNIS, TRA LE RIGHE DEL CAMPO E DELLA SCRITTURA»: LUCA CAVADINI SI RACCONTA

«IL MIO TENNIS, TRA LE RIGHE DEL CAMPO E DELLA SCRITTURA»: LUCA CAVADINI SI RACCONTA
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Maestro di tennis, giornalista e nome ricorrente nel panorama culturale bergamasco: Luca Cavadini è un personaggio cui è impossibile affibbiare una sola etichetta. Dalla direzione di un telegiornale all’insegnamento sui campi, fino alla creazione del progetto “Il Mio Tennis”, il suo percorso racconta una visione in cui disciplina, curiosità e cultura si intrecciano continuamente.

In questa intervista, Cavadini ripercorre la sua storia, scandita dalla passione per la scrittura, l’amore per lo sport e uno sguardo innamorato del cinema.

Maestro, giornalista o direttore: come preferisce essere chiamato?

«Sono titoli che assumono significato solo quando si concretizzano in qualcosa d’importante. Ho diretto un telegiornale per 5 anni, un impegno ragguardevole in una città come Bergamo. Sono maestro di tennis da trentacinque anni ed ho insegnato veramente a tutti i livelli, dal principiante all’agonista Atp. Tra i percorsi di cui sono più orgoglioso, cito quello di Luca Van Assche, oggi numero 100 Atp: vederlo diventare un professionista è un’emozione, aver contribuito alla sua formazione un onore. Sono giornalista perché a dieci anni guardavo “Tribuna Politica” e leggevo “La Notte” di Nino Nutrizio».

Allora partiamo da lontano. Come si sono manifestate le due passioni, cominciando da quella per la scrittura?

«”Da grande voglio fare il giornalista”: questo era il mio pensiero. Andavo bene in italiano, scrivevo con facilità, era naturale perché leggevo molto. Avevo scritto in incognito un tema per un amico del Sarpi,scettico nei miei confronti: “Al Natta è facile, ma nel mio liceo…”. Il risultato fu un otto senz’appello, che mise fine alla disputa. Anche alla maturità, oltre al mio, scrissi il tema per un amico meno ispirato!».

E il tennis?

«Era il piano B di un sogno chiamato calcio – e Atalanta – interrotto a 13 anni per una grave malattia. Diventò una vera e propria passione e un impegno costante, quotidiano, anche grazie alla condivisione con mio cugino, Nicola Pelandi, e il campo ricavato nel parcheggio dell’azienda familiare. Ore e ore a divertirsi, mentre su Telemontecarlo davano il Roland Garros e Borg vinceva praticamente tutto».

Parliamo proprio di questo circolo: “Il Mio Tennis”. Un nome semplice, quasi spiazzante.

«È volutamente così. “Il Mio Tennis” non è un atto di possesso, ma di responsabilità. È il tennis come lo vedo io: accessibile, pensato, anche un po’ narrato. Perché ogni giocatore ha una storia, e ogni lezione è un articolo che aspetta di essere scritto. Spesso, bisogna trovare una chiave di lettura personale nell’allievo che hai davanti,

ognuno diverso dall’altro». 

Lei vive tra campo e penna. Non è una doppia identità difficile da gestire?

«È più una doppia fedeltà, che una doppia identità. Ci sono elementi in comune. Nel tennis si parte dai fatti che sono tecnica, allenamento fisico e testa. Ognuno ha una sua asticella che deve essere scelta con cura perché se l’obiettivo risulta irreale si rischia l’abbandono o il rifiuto, soprattutto nei bambini e negli agonisti. Nel giornalismo amo approfondire. E l’opinione è importante, direi decisiva e caratterizzante. Non bisogna avere paura di esprimere una propria visione, se circondata e supportata dai fatti è sempre costruttiva al di là degli schieramenti e del proprio orientamento politico e sociale».

Il suo circolo sembra quasi un laboratorio culturale oltre che sportivo.

«La parola cultura è abusata. Tutti la citano, pochi la praticano, molti la millantano. Mi piace sapere che i giovani si interessino ad altro oltre al tennis. Che continuino a studiare, anche con risultati agonistici importanti. È un momento dove in troppi cercano di evitare la fatica, privilegiando scorciatoie che non pagano mai. Io l’ho capito tardi, quando ero ragazzo. Ma l’ho capito bene».

Il giornalista cosa prende dal maestro?

«La disciplina. Il tennis è spietato: o la palla entra o esce, non ci sono interpretazioni. Questa cosa mi aiuta a non perdermi in fronzoli quando scrivo. E poi il ritmo: una buona frase, come un buon scambio, deve avere tempo, respiro, direzione».

Il maestro cosa prende dal giornalista?

«La curiosità. E il problemsolving. Il dubbio, come mi ha insegnato il coach Alberto Castellani, non come incertezza ma come impegno nel cercare la soluzione. Il principiante deve avere pari dignità dell’agonista, addirittura una considerazione superiore. I maestri più bravi dovrebbero dedicarsi ai bambini e non viceversa».

Se dovesse scegliere tra le due passioni?

«Sceglierei la terza: il cinema. Monicelli, Alberto Sordi e Woody Allen su tutti.Citando una sua grande massima: “Basta che funzioni”».

Il Mio Tennis a chi si rivolge?

«Semplicemente a tutti, ognuno troverà il suo percorso, la sua personale, competizione, il suo piacere. Divertimento puro, benessere psico-fisico, impegno formativo».

Le prossime novità al campo della Celadina?

«La musica, il cinema e la letteratura faranno parte delle lezioni e degli allenamenti. Anima e corpo, un percorso affascinante».

Un’ultima domanda: come si definirebbe, in una riga sola?

«Meno di una riga e con l’umorismo: Forever Jung».