LUCA BOMBASSEI E LA FORTUNA DI POTER SCEGLIERE
«Da bambino sognavo di diventare architetto. Oggi amo collezionare rivoluzioni»
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Il suo motto è “la coerenza è per chi non ha idee”, perché, spiega, «la libertà di cambiare pensiero è meravigliosa: chi, al contrario, rimane fossilizzato sulle proprie posizioni, non progredisce mai. L’incoerenza è apertura ed evoluzione: a livello culturale e umano».
Luca Bombassei, classe 1966 – architetto di fama internazionale (con studi a Milano e Bergamo), incluso nella lista AD100 2025 e 2026 (i 100 più influenti esponenti dell’architettura e del design su scala mondiale) e candidato al Compasso d’Oro 2026 (il più antico e autorevole riconoscimento nel settore del design italiano) – incarna meglio di chiunque altro l’audacia dell’incoerenza e come essa possa condurre lontano.
Figlio del Cavaliere del Lavoro Alberto, fondatore di Brembo – azienda leader nel settore degli impianti frenanti per veicoli – Luca, che vive tra Milano, Venezia e la Puglia, a dispetto di ciò che il mondo imprenditoriale orobico – e non – si aspettava da lui (ma con la benedizione del padre) ha deciso di scrivere un’altra storia. E oggi – architetto, collezionista e mecenate – rappresenta l’emblema di un uomo anticonformista e coraggioso.
In quale dimensione si identifica maggiormente? Lo abbiamo chiesto a lui.
«Sicuramente architetto è quello che più mi identifica: è ciò per cui ho studiato e lavorato, e oggi firmo progetti. Il contesto in cui sono cresciuto mi ha permesso di occuparmi anche di ristrutturazioni di edifici storici, che spesso mi hanno avvicinato e fatto scoprire il mondo dell’arte. Quindi, sì, mi definirei collezionista, ma più che altro di idee, di stimoli, con l’arte al centro: fonte inesauribile di suggerimenti che elaboro e trasferisco nei miei progetti di architettura. Con gli anni, inevitabilmente, il tutto si è evoluto nel mecenatismo; perché è bello collezionare, ma lo è altrettanto valorizzare la storia di un artista, contribuendo a creare una sua opera. Soprattutto in ambito contemporaneo, dietro al risultato finale si celano storie intensissime di ricerca, ma anche di riscatto e ribellione. L’arte si trasforma in urlo, manifesto. Un movimento la cui maggiore espressione, vivendo a Venezia, si può trovare nelle Biennali. Pertanto, sostenere gli artisti nelle lotte riguardanti determinate tematiche sociali è un dovere di chi colleziona. Ecco perché, spesso, a Venezia creo situazioni che agevolano il dialogo tra artisti, curatori, giornalisti: si tratta di momenti che arricchiscono me e tutti i partecipanti. Quindi, tornando alla sua domanda: ognuna di queste definizioni dà un senso all’altra».
Da chi ha ereditato il suo innegabile buon gusto, nonché l’amore per l’arte?
«Credo da entrambi i miei genitori: durante i primi anni di vita siamo delle spugne, assimiliamo tutto ciò che accade in ambito familiare. Mia madre, Graziella, è sempre stata una donna di grande fascino: capace di vivere l’eleganza come forma di sottrazione, anziché di esibizione. Sono nato in una famiglia che si è fatta da sé: a livello imprenditoriale e culturale. Fin da piccolo, apprezzavo in mio padre il desiderio di erudizione: comprava libri e cataloghi d’arte. Il contesto in cui sono cresciuto è stato fertile sotto ogni punto di vista. Ritengo di aver costruito il mio presente un pezzetto alla volta, anche lottando. Per esempio, da ragazzo ho fatto delle esperienze in Brembo: in mezzo ai pezzi di ghisa e di metallo con cui facevano i freni. Vedere come veniva disegnata una pinza freno – quella che poi, negli anni, avrebbe vinto il Compasso d’Oro – per me ha significato, inevitabilmente, assistere alla nascita di un’opera d’arte; perché considero tale il riuscire a trasformare un oggetto estremamente basilare, tecnico, in qualcosa di così bello e pregiato da essere esposto all’interno di un museo».
Da bambino, quando le chiedevano che lavoro avrebbe voluto fare da grande, cosa rispondeva?
«A costo di sembrare noiosissimo, volevo far l’architetto sin da allora, infatti dichiaravo che da grande avrei costruito case, forse perché ancora non conoscevo il termine architetto. Passavo interi pomeriggi a disegnare piante di edifici, dimostrando di avere una mano particolarmente predisposta: al punto che, già durante le scuole dell’obbligo, mi veniva riconosciuta questa dote dagli insegnanti. In alternativa, tiravo fuori le mie inseparabili valigette di Lego e iniziavo a costruire case sulle piattaforme verdi che erano in dotazione di ciascuna confezione. Insomma, ho realizzato il sogno del bambino che ero, ma dai mattoncini di plastica sono passato a quelli veri e su scala reale. È molto gratificante pensare che progetto edifici che mi sopravviveranno: è qualcosa su cui mi capita di riflettere spesso e che mi fa sentire parte attiva della società».
Nonostante questa passione, una volta conseguito il diploma di maturità classica al Sarpi, si iscrisse ad Economia. Due anni dopo, però, decise di cambiare facoltà: scelse Architettura, al Politecnico. Racconta che suo padre, pur non condividendo la scelta, le lasciò la responsabilità di decidere. Un gesto di grande generosità.
«È vero, ancor di più perché il tutto va parametrato ad almeno un paio di generazioni fa: arriva un momento in cui capisci cosa vuoi fare davvero e che quella decisione condizionerà il resto della tua esistenza. Io ho avuto la possibilità di poter scegliere tra una vita forse più facile – che non mi avrebbe completato, né soddisfatto – e una più complessa. A volte si crede che fare l’architetto – avendo alle spalle una situazione come la mia – sia un privilegio, ma non necessariamente lo è, perché le aspettative sono maggiori. La mia fortuna è stata che i miei genitori, una volta preso atto delle mie scelte professionali, mi abbiano appoggiato: pensi che mio padre ha persino dichiarato che anche lui, da giovane, aveva lo stesso sogno di diventare architetto».
Sostiene che essere architetti significhi parlare il linguaggio dell’impresa.
«È facile fare i creativi senza confrontarsi con il mondo. Tracciare un segno scarlatto come il Kilometro Rosso può sembrare semplice, artistico: potrebbe essere scambiato per un’opera di Land Art. Se, però, dietro a quel muro di dieci metri di altezza e lungo un chilometro si trovano una serie di edifici con caratteristiche, funzioni ed esigenze diverse e quel segno diventa la linea che permette percorsi all’interno di una struttura organica – come nel caso di Brembo – allora si sta utilizzando l’idioma dell’impresa. Un progetto architettonico non deve tenere in considerazione soltanto l’estetica e l’impatto emotivo, ma anche la funzionalità e la sostenibilità, quest’ultima intesa come la qualità della vita di chi abita o usa gli edifici e deve, per esempio, poter percepire i cambiamenti della luce, il passare del tempo, i colori delle stagioni. Insomma: l’architettura sa parlare il linguaggio dell’impresa quando è capace di usare, bene, una cosa bella».
Suppongo che, nella sua concezione attuale di architettura, abbia avuto un impatto enorme l’anno vissuto a Copenaghen, durante l’università.
«Si trattava delle prime modalità di scambio tra atenei europei: in quegli anni, nemmeno si chiamava Erasmus! Ebbi la possibilità di essere selezionato e fu strano passare dal Politecnico di allora – in cui le lezioni erano frontali, con 300 alunni nella stessa aula – a classi in cui venti studenti, davanti a una tazza di tè, si ritrovavano a chiedersi, coadiuvati dal docente, se la luce che penetrava all’interno della chiesa di Le Corbusier fosse più piacevole in inverno o in estate. Fu un’esperienza unica: gli insegnanti mettevano a disposizione di noi tutti le loro conoscenze in un dialogo alla pari».
Vive tra Milano e Venezia, nel meraviglioso Palazzo Contarini. Dice che la Serenissima, con le sue calli strette e l’acqua alta, le ha insegnato il valore della lentezza. Suona ossimorico, per un bergamasco.
«Vivere a Venezia è una scelta che cambia dal profondo le modalità dell’esistenza: non ci si sposta, ovviamente, in auto, bensì camminando per calli strette, un modo di vivere che predispone al saluto, all’interagire con le persone. Venezia genera relazioni continue: è una città tarata su una scala umana tutta sua. Ciò conduce ad una percezione differente di luoghi e tempi. Ad ogni passo, oltretutto, sembra di stare dentro a un libro di storia dell’arte. Il ritmo della città mi invita a pensare al concetto di otium dei latini, di cui dissertavano i professori, ai tempi del Sarpi: solo in età adulta ne ho compreso il significato e il valore. Ho capito che fermarsi e pensare è un dono incredibile, perché consente di fare meglio. Mi permetta, infine, di concludere con una piccola nota di colore: i miei nonni paterni erano veneziani: tra di loro, conversavano sempre in dialetto. Sa cosa è buffo? Oggi, nei cantieri dei miei progetti lagunari, capita spesso che gli operai parlino tra di loro in veneziano stretto, per non farsi capire dall’architetto di Milano; beh, mi diverto a intervenire nei loro discorsi e rimangono di stucco».
Rimaniamo, idealmente, all’interno della sua splendida dimora che affaccia su Canal Grande, perché è quella che annovera più opere di artiste donne. A quale è più legato?
«Una premessa: a Venezia si concentra il maggior numero delle opere che colleziono. Inoltre, è il luogo in cui l’arte “accade”: penso al traino della Biennale o alla presenza di tante fondazioni, una delle quali ho presieduto per cinque anni (Venice International Foundation, ndr), agevolando un dialogo tra arte contemporanea e antica. Entrando nel vivo della domanda, più che le artiste donne, amo i lavori che portano un messaggio spesso rivoluzionario: non nell’accezione dello scagliarsi contro qualcosa, ma di essere a favore di qualcosa, portato avanti grazie al linguaggio artistico».
Ad esempio?
«Nella Biennale del 1999 Harald Szeemann fece vincere il Leone d’Oro a cinque artiste donne italiane: Grazia Toderi, Bruna Esposito, Luisa Lambri, Monica Bonvicini, Paola Pivi. Fu un riconoscimento incredibile, capace di segnare uno spartiacque: un prima e un dopo. Sono fiero, quindi, di contare opere di ciascuna di loro nella mia collezione»
Sempre a Venezia, al di sotto di una maestosa opera di Nathlie Provosty, trova spazio una enorme libreria. Qual è il libro più importante della sua vita?
«Adoro leggere romanzi; però i libri a cui sono più legato sono i cataloghi di arte. Non c’è mostra o museo che abbia visitato, senza che ne abbia acquistato il catalogo. Il primo che comprai, anno 1988, fu quello relativo alla mostra “Futurismo e Futuristi”, 1986, allestita a Palazzo Grassi, che era appena stato ristrutturato da Gae Aulenti. L’ultimo l’ho preso qualche giorno fa a Palazzo Strozzi, in occasione della mostra “Rothko a Firenze”».
Mi permetta di entrare in dinamiche più personali: ha trascorso il lungo lockdown del 2020 a Bergamo, a casa dei suoi genitori. Che ricordi ha di quei mesi in cui – dopo diverse decadi – è tornato a ricoprire il ruolo di figlio “full time”?
«Furono settimane drammatiche: i miei abitano in Città Alta e non scorderò mai la visuale sulla parte bassa della città; ogni volta che uscivo sulla terrazza, mi mancava il fiato di fronte alla moltitudini di luci blu, lampeggianti, provenienti dalle ambulanze che affollavano le vie cittadine. La prima cosa che facevamo, la mattina, era sfogliare le pagine dell’«Eco di Bergamo»: ci fiondavamo direttamente sui necrologi, nella speranza di non trovare i nomi di amici di famiglia. Nel mio piccolo, ho cercato di alleggerire la solitudine dei miei genitori e ho colto il privilegio di poter vivere accanto a loro, ritornando alla dimensione di figlio».
A proposito di Bergamo: sostiene che l’anno da Capitale della Cultura sia stata un’occasione sfruttata a metà.
«Credo sia mancato il far evolvere quell’occasione, tramutando questa opportunità eccezionale in un sistema. Bergamo e Brescia sono due città distinte, ma anche due territori con molte similitudini: una sorta di asse, la cui unione continuativa può condurre alla formazione di un grande apparato – anche culturale – con un raggio di azione più ampio. Anziché avere più centri di gravità, era l’occasione di crearne uno, più grande, più forte e più attivo nel prendere decisioni ed esigerne altre dall’Italia e dall’Europa. Un’opportunità che, a mio avviso, siamo ancora in tempo a recuperare: e io ci sono, per mettere a disposizione la mia faccia e le mie competenze».
Le è mai stato chiesto, in passato, di “scendere in campo”, per la Città dei Mille?
«Sì, ma ritengo non sia ancora arrivato il momento, perché per la politica bisogna essere preparati. Non transigo sull’incompetenza e la mancanza di conoscenza, soprattutto se si opera nel settore pubblico. L’esperienza di mio padre come parlamentare è stata utile anche da questo punto di vista, poiché ho appurato come abbia dovuto avere a che fare con un contesto non sempre adeguato».
Cosa pensa di ChorusLife?
«Considero importanti tutti gli interventi che trasformano una città. Non vanno però letti né nel primo, né nel secondo anno di vita. Bisogna far passare almeno dieci anni per giudicare se si tratta di una buona idea. Reputo che un progetto di questa scala avrebbe bisogno di essere rodato, vissuto, assimilato dalla città. Sicuramente è l’avvio di un’evoluzione e, in quanto tale, deve costruirsi, adeguarsi, al pari di un ragazzino che diventa adulto. Detto ciò, non posso che riservare un giudizio estremamente positivo a chi ha avuto il coraggio di fare qualcosa di nuovo per Bergamo. Lo dico con la consapevolezza di aver contribuito alla realizzazione di Kilometro Rosso vent’anni fa e di vedere anche come si è trasformato nella percezione pubblica».
A proposito di Kilometro Rosso: sta lavorando ad un ampliamento che riguarda all’incirca 20mila metri quadrati.
«A conferma di quanto appena detto, visto che Kilometro Rosso è un organismo in evoluzione, necessita ancora di nuovi spazi, poiché all’interno lavorano all’incirca 3mila persone, destinate ad aumentare. Le richieste di far parte dell’Innovation District sono elevate, grazie alla qualità del luogo e alla possibilità di scambio e contaminazioni. E uno dei valori è proprio l’eterogeneità architettonica degli edifici: una lezione che ho ben interiorizzato, avendo vissuto la sua nascita e le modalità con cui deve essere concepito qualsiasi fabbricato, lì dentro: basti ricordare Jean Nouvel e Richard Meier, con i loro progetti in Kilometro Rosso, per rendere Bergamo un esempio eccezionale nel panorama architettonico internazionale».