«FARE IL SINDACO MI HA RESO PIÙ EMPATICO E SICURO»
Alla vigilia della sua avventura a Bruxelles, Giorgio Gori si racconta, tra bilanci passati e previsioni future.
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Dopo una decennio da giornalista, uno da direttore delle reti Fininvest, un altro da manager e produttore televisivo, nonché due lustri da sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, classe 1960, è pronto a scrivere il nuovo capitolo di una vita – la sua – che tutto è, fuorché ordinaria. Forte delle 211.249 preferenze raccolte nel collegio Nord-Ovest (ovvero: Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) – un quarto delle quali nella sola Bergamasca – l’unico inquilino di Palazzo Frizzoni ad aver trionfato per due mandati consecutivi dall’introduzione dell’elezione diretta, si appresta a fare il pendolare con Bruxelles. Il 16 luglio presterà, infatti, giuramento come eurodeputato della decima legislatura del Parlamento Europeo (a onor di cronaca, specifichiamo che l’insediamento avverrà nella sede di Strasburgo).
Come sono andati i primi giorni a Bruxelles?
«Ho scoperto un nuovo pianeta, completamente diverso dall’ambiente in cui ho operato negli ultimi dieci anni, per complessità e dimensioni: basti pensare che in Parlamento lavorano cinquemila persone, trentamila nelle commissioni. È un mondo che sto cominciando a esplorare, con curiosità, un po’ di emozione, anche di timore. Alla ricerca della mia migliore collocazione».
A questo proposito, ha più volte dichiarato di volersi occupare di tematiche legate alla demografia – e del loro impatto in termini sanitari, pensionistici e occupazionali – sebbene nessuna delle 21 commissioni sia prettamente votata alla materia. Ha capito quale sarà il suo mestiere?
«Non ho ancora individuato la mia collocazione: l’operato dei parlamentari europei si esprime all’interno delle commissioni – non essendo tuttologi – e l’allocazione avviene intorno a metà luglio. Ho dato uno spettro di interessi molto esteso, dopo aver capito che la questione demografica non ha una vera e propria casa. Tutti stanno prendendo consapevolezza del fatto che gli effetti del calo delle nascite saranno persino più rilevanti della crisi climatica: inoltre, l’epicentro è l’Europa. Eppure, non è un argomento nell’agenda dell’Unione: non esiste una commissione che ne abbia competenza. Si tratta di capire dove affiorerà prima: se in quella lavoro – avendo come conseguenza diretta la mancanza di mano d’opera, – se in quella immigrazione, o in quella sanità. È un tema estremamente trasversale» (Aggiornamento: tra il 16 e il 17 luglio, nell’ambito della prima seduta plenaria del Parlamento Europeo, è stato stabilito che Gori sarà membro titolare della commissione ITRE, acronimo di industria, tecnologia, ricerca ed energia, nonché supplente della commissione AFET, per gli affari esteri).
In Europa lei sarà la piccola parte di un enorme ingranaggio: i parlamentari sono 720. Non teme che, all’interno di un meccanismo così complesso, la sua azione possa mancare di concretezza?
«Un po’ di timore c’è, perché ho la consapevolezza del differente passo che caratterizza una istituzione come quella europea, rispetto a un comune di medie dimensioni, come Bergamo. Tuttavia, l’esperienza che ho raccolto da altri colleghi, mi fa pensare che si possa incidere – attraverso direttive e regolamenti – sulla vita delle persone. Mi riferisco, ad esempio, a quanto rilevante sia stato l’aver regolamentato l’uso dell’intelligenza artificiale in Europa».
Al di là del suo risultato personale, il grande protagonista dell’ultima tornata elettorale è stato l’astensionismo. A suo avviso, si tratta in una presa di posizione – ovvero “scegliere di non scegliere” – oppure è mero menefreghismo alimentato, magari, da certa informazione?
«Durante la campagna elettorale mi sono imbattuto in entrambi gli atteggiamenti. Da un lato persone arrabbiate, che all’offerta di un volantino, mi esprimevano apertamente la loro scelta di non votare perché “tanto siete tutti uguali”, aizzate da una comunicazione superficiale e populista, che in questi anni ha scelto di diffondere un’immagine caricaturale e fasulla dell’Europa; dall’altro, ho conosciuto gente impermeabile a ciò che accade, vittima di due sindromi: quella della smemoratezza – poiché dimentica che il Vecchio Continente, per secoli, è stato scenario di massacri e guerre per la supremazia, cessate grazie alla costruzione dell’Europa, in cui tutti, ora, godiamo di pace, democrazia, benessere e libertà d’espressione. La seconda patologia ha a che fare con la rappresentazione che l’istituzione europea dà di sé, mostrandosi attraverso sembianze normative e tecnocratiche: un soggetto che emana direttive, con un carico prescrittivo accentuato, mancante di contatto con le cose concrete. Una proiezione che, inevitabilmente, allontana i cittadini, i quali dimenticano ciò che abbiamo grazie all’Europa, a partire dalle risorse economiche: penso ai fondi di coesione».
Qual è stato il messaggio più bello che ha ricevuto dopo il suo trionfo?
«Non sono bravo a fare le graduatorie: ne ho ricevuti moltissimi, tant’è che ho passato tre giorni a capo chino, sul telefono, per rispondere a tutti. Se proprio devo eleggerne uno – sebbene non fosse prettamente su Whatsapp – dico quello di mia moglie»
E sua mamma, la signora Mimma, come ha reagito?
«Era molto contenta, ma anche preoccupata di vedermi meno. Ha 91 anni e, per lei, trascorrere del tempo con i figli è un momento di festa. L’ho rassicurata, spiegandole che starò lontano soltanto qualche giorno a settimana».
Risposta secca: è stato più felice la notte del 22 maggio, a Dublino, o la mattina del 10 giugno, alla notizia delle 211.249 preferenze ottenute?
«Sono due tipi di gioia diversi. I novanta minuti che hanno portato l’Atalanta al trionfo in Europa League sono stati qualcosa di unico, irripetibile: un’esplosione. Il risultato elettorale, invece, è una cosa a cui ho lavorato per mesi e che ho visto esprimersi in una dimensione superiore a qualsiasi mia aspettativa. Sono andato a dormire alle 3 e mezza di notte – stimando all’incirca 110mila preferenze – e mi sono risvegliato scoprendo che eravamo a più di 210mila».
È stato protagonista di una campagna elettorale estenuante, con 40mila chilometri percorsi e 210 iniziative, solo nell’ultimo mese. Ha praticamente vissuto in auto per mesi, nella primavera più rigida e piovosa di sempre.
«Tant’è che la mia macchina ha tirato le cuoia: una settimana dopo il voto, non si più accesa. Ora è in officina e le stanno rifacendo il motore. Ho inanellato ogni tipo di malessere ed era ormai una gag andare alla ricerca di una farmacia, in ogni minuscolo paese dell’enorme collegio Nord – Ovest: una volta a causa dell’allergia, un’altra avevo la tosse, poi mi era sparita la voce, infine mi serviva un antipiretico. Abbiamo lavorato un sacco, ma ci siamo divertiti altrettanto: grazie alla compagnia di Francesco Alleva (suo portavoce, ndr), Michele Bondoni (campaign manager), Domenico Petrolo (esperto di campagne elettorale e fundraising), Elisabetta Moscato (curatrice della parte digitale). Abbiamo ingaggiato due autisti – Robi e Jimmi – che erano appena andati in pensione dal Comune e si alternavano, guidando una settimana a testa».
Come procede lo studio dell’inglese?
«Confesso di essere uscito dalle prime riunioni a Bruxelles abbastanza rassicurato dalle mie competenze linguistiche: c’è del lavoro da fare, ma non ho bisogno della traduzione simultanea per confrontarmi con i colleghi. Il mio obiettivo è quello di avere le capacità di portare avanti una negoziazione in scioltezza: conto di farcela entro settembre».
E il rinnovo del guardaroba?
«Anche in questo caso, mi ero figurato una cosa più impegnativa: invece, vige la regola di “ognuno si veste come gli pare”; non è richiesta l’etichetta in vigore nelle aule parlamentari italiane. Me la caverò con sneakers e jeans ma, per l’occasione, ho comunque acquistato due giacche nuove».
Facciamo un passo indietro, tornando alla sua lunga parentesi da sindaco. Come è cambiato il Giorgio Gori persona, in questa decade? Ha fatto pubblica ammenda per alcuni “eccessi di accelerazione” e una tendenza al “dirigismo”.
«No, non ho fatto ammenda: è un qualcosa di cui sono molto fiero e rivendico. Capisco possa avere prodotto un po’ di stress nella squadra tecnica del comune, ma se non avessi impresso quel tipo di ritmo al lavoro, non avrei combinato nulla. Ciò non toglie che io sia cambiato: ho guadagnato un po’ di sicurezza, il che mi rende meno rigido nelle relazioni; non ho più bisogno di apparire perfetto per essere credibile. Prima avevo la tendenza a percepire qualsiasi passaggio – anche cose di poco conto – al pari di una prova da superare. Insomma: ho meno ansia da prestazione, pur credendo nell’importanza della competenza. Aggiungo che ho rivalutato molto la dimensione empatica della politica: il rapporto con i cittadini, negli anni a Palazzo Frizzoni, è diventato una parte integrante del mio ruolo».
Quanto ha trovato consolazione nella fede nell’ora più dura del suo mandato, ovvero la primavera del 2020, con Bergamo in ginocchio a causa della pandemia di COVID?
«Si tratta di una dimensione importante nella mia vita: sempre, non soltanto nei momenti di massima difficoltà. Quando mi sento fragile, come tutti, certamente tendo a dire una preghiera in più. Al tempo stesso, ho sempre cercato di tenere questo aspetto – tutt’altro che di secondaria importanza – in una sfera molto privata. Ci sono tante figure politiche importanti che hanno messo la loro componente religiosa al centro della loro azione politica, rivendicandola nell’appartenenza a partiti ispirati alla fede cristiana. La mia naturale inclinazione, invece, mi spinge a mantenerla in un ambito personalissimo».
È stato eletto a più riprese sindaco più amato – o comunque tra i più amati – d’Italia. Quali sono stati, invece, i suoi sindaci preferiti?
«A Emilio Delbono mi legano stima e amicizia, pur nel suo essere diverso da me, ma non meno appassionato. Il suo utilizzo dei social, sui quali ha risposto – anche in modo veemente e deciso – a qualunque polemica o critica, lo ha portato ad essere bannato da alcuni gruppi pubblici su Facebook più di una volta. Io non sono così. Inoltre, ho profondamente apprezzato Antonio Decaro, che nella doppia veste di primo cittadino – di una città complicata come Bari – nonché presidente di tutti i sindaci italiani, non poteva fare meglio di come ha fatto, con un mix perfetto di qualità umane ed efficienza. È un piacere averlo come collega anche a Bruxelles: è una persona molto simpatica, verso cui provo una profonda stima».
Cosa ne pensa della giunta Carnevali, che alcuni hanno tacciato di non essere poi così nuova, evidenziando l’assenza di spazio politico per le giovani leve?
«A me piace, per il bilanciamento ben riuscito tra continuità e innovazione: due parole che Elena ha speso tanto in campagna elettorale. Trovo che abbia compiuto scelte originali, non scontate, in merito ad alcune figure nuove: frutto di una valutazione interessante. Ha espresso autonomia rispetto alle forze politiche – come è giusto che sia – e l’ha spesa valorizzando persone di qualità, per bene, che contribuiranno lealmente al funzionamento della giunta. Anche nel ridisegnare alcune deleghe, ha costruito delle motivazioni rispetto a colleghi che – pur avendo dieci anni di esperienza – si cimenteranno con competenze diverse avendo, dunque, rinnovati stimoli».
Sua moglie, Cristina Parodi, ha sottolineato come lei cambi vita professionale ogni decade. Impossibile, in virtù di questo, non chiederle spiegazioni in merito al “like” che ha apposto, sul suo account Instagram, al commento di un utente che scriveva: “Prossimo step: Presidente del Consiglio”. La ritroveremo a Roma?
«Un passo alla volta: fra dieci anni, ne avrò 74. Non sarò più un ragazzino. Vero è che oggi, per la presidenza degli Stati Uniti, se hai meno di 85 anni manco ti fanno correre (conclude, ridendo, ndr)».
Rossella Martinelli