DALLA CASA BIANCA A HORMUZ: TRUMP AGITA IL MONDO E DIVIDE L’AMERICA

Andrew Spannaus esplora le crepe del secondo mandato del Presidente che «vive di minacce e ultimatum»

DALLA CASA BIANCA A HORMUZ: TRUMP AGITA IL MONDO E DIVIDE L’AMERICA
  • Politica

Per interpretare le complesse dinamiche che incendiano il Medio Oriente è necessario, paradossalmente, volgere lo sguardo verso l’Occidente. Nonostante le profonde distanze geografiche, culturali e ideologiche, l’influenza d’Oltreoceano rimane il motore principale, volontario o meno, delle instabilità che scuotono l’area. Oggi, analizzare la politica globale non significa più limitarsi allo studio dei trattati internazionali o delle alleanze formali, ma richiede di indagare a fondo l’identità e le crisi interne di chi quelle decisioni è chiamato ad assumerle.
Al centro di questo equilibrio precario restano inevitabilmente gli Stati Uniti. Due anni fa, Donald Trump ha riconquistato la Casa Bianca sotto l’egida del Make America Great Again, ma a metà del suo mandato resta un interrogativo fondamentale: quella promessa di “grandezza” si è tradotta in una reale egemonia o è rimasta un suggestivo espediente retorico?
Siamo nell’aprile del 2026, l’anno delle elezioni di metà mandato (fissate per novembre). Storicamente, questo appuntamento rappresenta l’ostacolo più duro per il partito del Presidente in carica, e le attuali proiezioni statistiche non sembrano fare eccezione alla regola. Con un gradimento popolare che fatica a superare la soglia critica del 40%, il tycoon si prepara ad affrontare un voto di novembre che ha già il sapore di un verdetto d’emergenza per i Repubblicani.
Abbiamo approfondito questi temi con Andrew Spannaus, giornalista e analista statunitense attivo anche in Italia, in particolare come voce di Radio24 autore del podcast That’s America, editorialista de Il Messaggero, commentatore per Rainews24, Rete4 e RSI (Radiotelevisione svizzera italiana). Da anni esplora le correnti profonde della politica americana per distinguere i fatti nudi e crudi dalla propaganda di fazione.

Come si stanno preparando i Repubblicani ad affrontare queste elezioni e qual è la loro percezione dell’operato di Trump in questo primo scorcio di mandato? 

«I numeri parlano chiaro e il nervosismo all’interno dei conservatori è ormai palpabile. Il problema di Trump non risiede solo nell’impopolarità statistica rilevata dai sondaggi, ma nel progressivo e visibile scollamento tra le promesse del 2024 e la complessa realtà dell’azione di governo. Il Presidente si era presentato agli elettori con una piattaforma chiara, basata su due pilastri fondamentali: la fine delle guerre e un rilancio economico per la classe media dimenticata. Oggi, però, i fatti raccontano una storia differente. Non solo gli Stati Uniti sono ancora profondamente invischiati nelle tensioni internazionali, ma l’economia interna sta dando segnali di cedimento che preoccupano i mercati. Con il prezzo della benzina schizzato verso l’alto a causa dell’instabilità energetica e un mercato del lavoro che appare indebolito dall’inflazione, la fiducia della base operaia inizia a scricchiolare. Quando la “pancia” del Paese percepisce un rincaro diretto del costo della vita e vede un leader che appare talvolta fuori controllo, il consenso faticosamente costruito si sgretola rapidamente».

Come si sta muovendo il vicepresidente J.D. Vance?
«Esercitare il ruolo di Vicepresidente è, per definizione, un esercizio di estremo equilibrismo diplomatico: il protocollo impone di restare sempre un passo indietro rispetto al comandante in capo, anche quando la rotta intrapresa non convince affatto. JD Vance ora si trova in una situazione delicata: in qualità di spalla del Presidente deve appoggiare le sue decisioni, anche quando non le condivide. Lo abbiamo visto durante lo scontro istituzionale con il Vaticano e Papa Leone XIV: mentre Trump lanciava strali contro il Pontefice e, simultaneamente, minacce iperboliche contro l’Iran, Vance. Vance ha cercato, seppur in modo leggero, di distinguersi dagli attacchi diretti. Bisognerà attendere il responso delle urne di novembre per vedere un cambiamento degli equilibri a Washington, non solo con un maggiore peso dell’opposizione, ma anche azioni incisive nelle istituzioni per limitare i danni provocati dal presidente»

Spostandoci sul fronte iraniano: lo Stretto di Hormuz è tornato a essere il cuore pulsante del conflitto globale. Trump ha fissato scadenze rigide per la sua riapertura, ma lei crede che questo termine sia davvero determinante per la fine delle ostilità? 

«Donald Trump vive di minacce e ultimatum: strumenti che però nelle sue mani si rivelano spesso estremamente flessibili o soggetti a rinvii strategici. Il vero problema di fondo è che l’amministrazione si è infilata in una “guerra per scelta” che sta presentando un conto economico e militare molto più salato del previsto. Certamente l’Iran ha subito danni strutturali immensi sotto il peso dei bombardamenti, ma la leadership di Teheran – ancora più radicale di prima – ha imparato come “esportare” questo dolore, trasformandolo in uno shock globale sui prezzi e sulle rotte commerciali. Trump, per non riconoscere l’errore, preferisce raddoppiare la pressione nella speranza di una resa totale dell’avversario, che però non potrà avere con Teheran. Si potrà estendere la tregua, e anche mettersi d’accordo sulle modalità di navigazione dello Stretto, ma i nodi geopolitici fondamentali restano irrisolti. Le richieste ultime delle due parti sono incompatibili. La reale speranza di un ritorno alla calma nel breve termine consiste negli effetti negativi che il conflitto sta avendo all’interno della società americana e nelle economie asiatiche».

Passando al rapporto con Israele, sembra che Trump sia il primo Presidente americano a lasciarsi trascinare così apertamente da Benjamin Netanyahu in un conflitto diretto contro Teheran. Come legge questa dinamica di potere? 

«Netanyahu sostiene dagli anni novanta che l’Iran sia a un passo dall’ottenere l’arma atomica, ma nessun predecessore di Trump, lo aveva mai assecondato fino a questo livello di coinvolgimento bellico. Il Presidente si è, invece, dimostrato estremamente permeabile alla linea d’urto del Primo Ministro israeliano,complice anche l’influenza di una cerchia di consiglieri che da anni puntava ad un attacco contro Teheran. L’amministrazione ha voluto credere alla “favola” del cambio di regime – l’idea, rivelatasi illusoria, che un’azione militare mirata avrebbe innescato una rivolta popolare capace di abbattere la Repubblica Islamica – ma l’evidenza dei fatti ha smentito le attese. In certi momenti, lo stesso Trump sembra rendersi conto che questa strategia non sta portando i frutti sperati  ma resta intrappolato in una rete di impegni politici e personali da cui fatica a districarsi. Il risultato finale è una guerra che, pur essendo stata venduta all’opinione pubblica come un’operazione risolutiva e rapida, rischia ora di trasformarsi in un vicolo cieco per la sua intera presidenza».

C’è un aspetto che sembra essere passato in secondo piano dall’inizio del conflitto con l’Iran: gli “Epstein Files”. 

«Gli Epstein Files rappresentano il primo vero punto di rottura tra Trump e una parte della sua base MAGA. Ha costruito la sua ascesa politica sulla crociata contro le élite corrotte, ma trovarsi citato ripetutamente in quei documenti ha incrinato quel patto di fiducia. Ovviamente non sono la causa ma esiste un legame sottile, anche se non diretto, tra questi file e la guerra in Iran: lo scontro militare è diventato, per il Presidente, un modo per proiettare un’immagine di forza e autorità in un momento di profonda vulnerabilità interna, causata da quelle rivelazioni. Tuttavia, questa strategia non sta pagando come previsto. Il problema non è affatto sparito, anzi, è rimasto vivo nel dibattito pubblico, come abbiamo visto anche dalle recenti e sofferte dichiarazioni di Melania Trump. La First Lady ha dovuto prendere le distanze pubblicamente, cercando di proteggere la propria immagine da uno scandalo che continua a erodere la credibilità della Casa Bianca. La guerra, lungi dal coprire tutto, sta solo sommando instabilità a un quadro domestico già pesantemente compromesso».