Caritas Bergamasca, da 50 anni accanto agli ultimi

Don Trussardi: «La povertà ha cambiato volto. Ma il vero pericolo oggi è l’indifferenza»

Caritas Bergamasca, da 50 anni accanto agli ultimi
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«Vivo circondato dai poveri e ringrazio il buon Dio – nonché il nostro Vescovo, Monsignor Beschi – perché questa è l’esperienza più bella della mia esistenza: sono un prete fortunato, privilegiato. Certo, alcuni dei nostri ospiti sono scavezzacollo: hanno sbagliato e perseverano nei loro errori, ma la nostra società ha il dovere di rimanere umana e solidale nei confronti del prossimo. Soprattutto, di fronte a una povertà in continua crescita, che non risparmia nessuno. Sa cosa mi fa davvero paura? L’indiferenza».

Don Roberto Trussardi, 55 anni, originario di Clusone, dal 2018 ricopre il ruolo di direttore della Caritas Diocesana Bergamasca, l’organismo pastorale votato alla promozione della carità e al supporto delle tante anime in difficoltà presenti sul territorio; sotto la sua guida, Caritas ha affrontato emergenze epocali: dalla pandemia di Covid del 2020, all’accoglienza dei profughi in fuga dalla guerra in Ucraina. Un cammino (in salita) che nel 2026 festeggia mezzo secolo di una storia all’insegna della carità: intesa non solo come assistenza e gestione delle urgenze, bensì come laboratorio di cittadinanza cristiana, capace di fornire risposte alle necessità reali; un altruismo vivo, inquieto, libero, che sa sporcarsi le mani, accendere la speranza, incarnarsi in giustizia. Alle volte, persino sbagliando: poiché ogni gesto- se fatto con amore – ha un senso.

Per festeggiare questi 50 anni avete pubblicato un libro dal titolo eloquente: “Non siamo stati invincibili, ma ce l’abbiamo messa tutta”. Quando vi siete sentiti vinti e quando, invece, avetepensato di avercela fatta?

«Ogni giorno cela piccole vittorie e sconfitte. Si ha l’amaro in bocca quando non si riesce ad aiutare qualcuno: sebbene, davanti a qualsiasi richiesta, mettiamo in campo tutte le nostre risorse, la passione e le competenze. Perciò – a prescindere dal riultato finale – rimane indelebile il segno di carità. Una Caritas credibile è quella che abbraccia anche le proprie fragilità: non siamo perfetti, né invincibili, ma diamo il massimo. Lo dico a nome di una quarantina di operatori, sostenuti da 1500 volontari e volontarie, che operano sul territorio bergamasco».

Lo slogan che avete scelto per riassumere questo mezzo secolo di esistenza è: “Come ti chiami?”

«È emblematico, perché ribadisce come il nostro punto di partenza sia la relazione: che non può prescindere dall’aiuto, dal sostegno. L’approccio con chi è diverso, purtroppo, genera dubbi, preoccupazioni: volevamo sottolineare che Caritas non è solo un distributore di opere – seppur importanti – ma ha a cuore i rapporti. Anche con i poveri: e quel “come ti chiami?”, rappresenta la volontà di conoscerli, superando i luoghi comuni».

Ha dichiarato di comprendere il disagio di chi trova fuori dall’uscio qualcuno che dorme o fa i propri bisogni, ma che “la risposta non è enfatizzare le paure, bensì costruire insieme le risposte”.

«Capisco che la cittadinanza tema chi è diverso e faccia appello alla necessità di sicurezza, decoro e pulizia. Reputo fondamentale formulare delle scelte e fornire delle proposte, insieme: uniti, come amministrazione pubblica, enti ecclesiastici e del terzo settore. Soluzioni pratiche: in tal senso, Caritas sta realizzando due nuovi dormitori, che saranno pronti a metà giugno e ospiteranno quindici uomini e quattordici donne; una spesa di 700mila euro, alla quale i bergamaschi stanno contribuendo con grande generosità. Infine, ritengo essenziale coinvolgere la popolazione, affinché tocchi con mano ciò che facciamo. Non immagina quante volte mi sia capitato di accompagnare qualcuno a delle visite serali al dormitorio del Galgario: entravano diffidenti, con sguardo scontroso; dopo un’ora, si congedavano con occhi nuovi, ringraziando per l’esperienza».

La povertà inizia a toccare le famiglie bergamasche: una su dieci fatica a pagare le bollette. Per non parlare della realtà dei padri divorziati.

«Sono i nuovi poveri. Sebbene il tasso di disoccupazione a Bergamo si attesti all’1,6% (contro il 3% della media lombarda), dobbiamo interrogarci sulla dignità che diamo al lavoro, a fronte di retribuzioni bassissime: come fa una famiglia ad andare avanti con 800 euro al mese?».

Sostiene che, oggi, la povertà non sia più soltanto economica, ma anche relazionale, culturale ed educativa.

«Se c’è da sfamare qualcuno, Caritas lo fa: ma non dobbiamo arenarci su questo. È doveroso vedere la persona nella sua interezza, nelle somma delle sue povertà. Come la penuria relazionale, emersa con forza dopo il Covid. O la carenza in termini formativi: perché se un bimbo rimane indietro da piccolo, chi lo aspetterà quando sarà grande? Infine, l’assenza di spiritualità: non significa credere, o andare a Messa, bensì essere custodi di valori interiori. Mai, come negli ultimi anni, questo aspetto si è tradotto in un tasso di suicidi in costante crescita. Lo Spirito Santo rappresenta l’energia della vita e la forza della fede: non la colomba o l’olio. Malauguratamente, nella nostra società sta trionfando – con prepotenza – il tema dell’io imperante. Non mi fraintenda: non ho nulla contro l’individuo, ma l’io ha senso solo se calato all’interno di un noi, se apporta qualcosa a una comunità. Non è affatto vero – come ci hanno insegnato decadi di pubblicità – che “tutto ruota intorno a me”».

Rimanendo nell’ambito di Caritas: siamo davvero diventati migliori – e più generosi – dopo il Covid?

«La generosità dei bergamaschi è straordinaria e non è mai mancata, sebbene il contesto economico non sia facile. Forse abbiamo il merito di essere stati capaci di raccontare ciò che facciamo: la conoscenza crea fiducia. Non riceviamo esclusivamente denaro, ma anche beni materiale: in questi giorni, ad esempio, ci hanno regalato 300 chili di zucchero; per noi, tra colazioni e merende, sono una manna».

Quali sono le richieste principali che Caritas si trova ad accogliere nei 75 punti d’ascolto sparsi sul territorio?

«Lì non ci si imbatte nella grave marginalità: prevalentemente, ci occupiamo di accompagnamento scolastico dei bambini, esigenze di alimenti, vestiti, pagamenti di bollette o sfratti, ricerca di lavoro. È la cosiddetta “fascia grigia” di indigenza: che, se non viene sostenuta, finisce col trasformarsi in grave povertà. È un lavoro meno visibile, più certosino, ma di fondamentale importanza. Proprio in questa direzione, abbiamo appena lanciato il “fondo per la casa”, consci di quanto sia difficile avere un tetto, pagare l’affitto: una tutela anche i padroni di casa».

A dicembre le è stata conferita la Benemerenza Civica, per “aver fatto di Caritas un luogo di speranza attiva, dove la fede si traduce in gesti concreti”.

«La correggo: il premio non è stato assegnato a don Roberto, bensì a Caritas. Soprattutto ai miei operatori e operatrici, volontari e volontarie: sono incredibili!».

Attualmente, una delle emergenze di Caritas è rappresentata dai casi psichiatrici: si tratta del 20-30% degli ospiti dei vostri dormitori. Per loro sarebbe necessario un percorso ad hoc.

«Sono tre le categorie che ci spaventano. I giovanissimi: tra i 18 e i 25 anni, stranieri, ma anche italiani; fino a dieci anni fa, erano pochissimi. Le donne: passate dal 10 al 14% in due anni, con o senza figli. Infine, gli psichiatrici: con problematiche più o meno gravi legate alla salute mentale. Sta diventando molto faticoso: capita che associno alcol e sostanze stupefacenti agli psicofarmaci, rischiando di nuocere a se stessi e agli altri. Ma non riesco a criminalizzare persone che dovrebbero stare in strutture apposite, di accompagnamento».

Un mix che espone a potenziali suicidi.

«Fortunatamente non ne sono mai avvenuti. Eppure, nel 2025, a Bergamo si sono verificate 19 “morti in strada”: la terza città italiana per numero, dopo Milano e Roma. Complice, spesso, l’abuso di sostanze. Non mi capacito di come, trent’anni fa, tutti fossero concordi nel condannare l’utilizzo delle droghe. Oggi non più: anzi, si differenzia tra droghe pesanti e leggere. Sono sostanze che creano dipendenza e – nelle fasce di cui ci occupiamo – conducono a furti, prostituzione. Senza dimenticare l’alcol: non solo nuoce, ma è ancora più subdolo. Ogni volta che dico queste cose, passo per un prete del Medioevo».

Cosa spera, augura e sogna per i prossimi cinquant’anni di Caritas?

«A Caritas auguro una lunga vita, ma soprattutto che le azioni di amore possano diventare opere di amare. Sogno che si diffonda la cultura dell’amore e dell’amare: che non c’entra con il fare, ma con un diverso approccio della testa e del cuore. Infine, che Caritas pungoli chi ha il potere di emanare le leggi: affinché possano terminare le disuguaglianze e avvenire scelte più eque. Perché le ingiustizie, purtroppo, galoppano alla grande in questo mondo».