BRUNO GOUERY
Per tutti è il francesissimo Luc di “Emily in Paris” e a breve lo vedremo nei panni di un pittore maledetto per Johnny Depp. Ma il suo cuore batte per Bergamo (città della madre) e per la Dea
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Riuscire a intercettare Bruno Gouery è cosa non da poco. E non perché l’attore italo – francese (con origini bergamasche, per l’esattezza) si atteggi a divo (tutt’altro: è persona squisita e di rara umiltà), bensì perché sulla scia del suo crescente successo è raro trovarlo a Parigi, dove vive, per più di tre giorni consecutivi.
Madrid, Cracovia, Roma, Los Angeles, Montréal, San Sebastian, New York sono solo alcune delle città in è stato nelle ultime settimane, per promuovere le due grandi produzioni americane di cui è coprotagonista: da un lato la quarta stagione dell’iconica “Emily in Paris” – un trionfo planetario di Netflix, subito nella top ten delle serie più viste, in 93 Paesi –; dall’altro, “Modì”, il biopic incentrato sulla vita di Amedeo Modigliani, che segna il ritorno alla regia di Johnny Depp (al cinema dal 5 dicembre).
“Rolling Stone” ha titolato: «Bruno Gouery è il vero motivo per guardare “Emily in Paris”».
«Mi fa piacere, pur mettendomi disagio: non voglio peccare di falsa modestia, ma sono molti gli ingredienti che hanno contribuito a determinare la popolarità della serie di Darren Star (già creatore di “Sex and the City”, ndr). Innanzitutto è una romantic comedy: ruota intorno a questioni di cuore. Aggiungiamo che è ambientata in una delle città più belle, modaiole e lussuose del mondo: Parigi. Sommiamo, infine, l’elemento comico: incarnato soprattutto dal mio personaggio, Luc. Perché piaccio? Perché la goffaggine e le insicurezze di Luc, così enfatizzate, in fondo riguardano noi tutti: i comici mettono in scena le fragilità degli esseri umani; quelle che cerchiamo di nascondere, per non apparire dei perdenti. Totò sosteneva che per far ridere si dovesse attingere alle debolezze della gente, così come Molière portava sul palco le sue personali disgrazie. La moglie lo tradiva? Lui, in maniera autoironica, scriveva “Il cornuto immaginario”».
Nel suo caso, la fama è arrivata dopo vent’anni di gavetta, grazie a questa serie. E dire che – conscio di un inglese zoppicante – nemmeno voleva presentarsi ai casting.
«Di fronte alla mia titubanza, Darren Star mi disse: “L’inglese lo puoi migliorare, ma la comicità è un dono: è innata”. Per lui, contava la mia fantasia nell’interpretare quel ruolo. Recitare in una lingua che non è la propria mette in una condizione di vulnerabilità, che conferisce delle sfumature interessanti al personaggio. Sul set, si è creata da subito grande alchimia: sarà che abbiamo iniziato le riprese in piena pandemia. Il merito va anche a Lily Collins (Emily, ndr): una bravissima attrice, senza vezzi da star, capace di mettere tutti a proprio agio e instaurare un clima cameratesco».
Luc – pur incarnando il parigino doc – gesticola animatamente, mettendo a nudo le origini italiane di Bruno.
«Di recente ho letto che la famosa posa in cui viene sempre raffigurato Napoleone – con la mano infilata nel panciotto – fosse un qualcosa che si era inventato per costringere le mani a rimanere ferme, poiché tendeva a gesticolare. Non dimentichiamoci che i suoi genitori erano italiani e che la Corsica, quando lui nacque, era sotto il dominio di Genova. Forse, quando recito in una lingua non mia, finisco col muovere tanto le braccia, perché ho la sensazione di comunicare meglio»
Da bambino, trascorreva ogni estate a Torre Boldone, nella casa dei nonni materni, emigrati in Normandia dopo la Seconda Guerra Mondiale.
«Non solo le estati, ma anche il Natale e la Pasqua! Ho ancora davanti agli occhi i pomeriggi in motorino, i tanti gelati e le angurie di cui mi ingozzavo, le passeggiate in Città Alta, a Zambla e in Presolana. E come dimenticare la polenta e osei che cucinava mia nonna, originaria di Ranica, o lo zabaione che mi propinava ogni mattina? A Bergamo torno ogni anno, anche per andare a trovare mia zia Patrizia, che vive a Mapello. Nessuno dei miei parenti si è stupito nel vedermi diventare attore: perché siamo una famiglia di comici nati, da sempre inclini a far battute e scherzi. Mio nonno e i miei zii erano delle vere sagome!»
Il legame con Bergamo si traduce anche nel tifo per l’Atalanta.
«Da ragazzo giravo con indosso la maglia di Morfeo: era uno dei miei idoli! Sono cresciuto tifando per la Dea: ho ancora i brividi quando ripenso alla semifinale di Coppa delle Coppe, contro il Malines! I calciatori che ho amato maggiormente? Evair, Stromberg, Donadoni, Vieri e Inzaghi. Che gioia sarebbe tornare a Bergamo per assistere a un match nel nuovo Gewiss Stadium!».
Gli americani sostengono che somigli a Benigni.
«Arrossisco ogni volta che mi dicono: “You look like Benigni”. Lo conobbi tanti anni fa, quando collaboravo con una giornalista francese e la aiutavo nel preparare le interviste a italiani famosi: fu il solo ospite a cui chiesi una foto. Un grande: umanamente e professionalmente. Lui e Dario Fo sono stati di grande ispirazione per me, perché incarnano la dimensione più artigianale del mestiere dell’attore»
In Francia, prima dell’exploit di “Emily in Paris”, lei era soprattutto un attore teatrale con tantissime pièce all’attivo. A quando una tournée in italiano?
«Confesso che è un pensiero che covo da qualche tempo. Sul set di “White Lotus” ho incontrato Francesco Zecca e, insieme, stiamo imbastendo un progetto che va in questa direzione».
In Italia con chi le piacerebbe lavorare?
«Sogno di ricevere una chiamata da Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. Ma ho già avuto la fortuna di essere diretto da Sergio Castellitto e Alessandro Siani e di condividere il set con Elio Germano e Riccardo Scamarcio».
Intanto, si è tolto lo sfizio di recitare con un mostro sacro del cinema: Johnny Depp, che l’ha voluta nel cast di “Modì”.
«Per la prima volta in assoluto, mio figlio si è esaltato per il mio lavoro: non poteva credere che avrei girato con Jack Sparrow! L’incontro con Depp è stato incredibile: ovviamente già sapevo che fosse un attore eccezionale, ma ho scoperto in lui un uomo fantastico, che non si atteggia a star, e ti fa sentire al suo stesso livello. È un regista che si mette a nudo e sa trasmettere molto: i suoi aneddoti su Marlon Brando, Tim Burton, Al Pacino o Emir Kusturica sono stati una preziosa fonte di ispirazione. Johnny è un vero artista: non uno che finge di esserlo. È profondamente legato agli istinti e agli istanti. Essere scelto da lui è stato un privilegio».
Nel biopic dedicato a Modigliani, interpreta Maurice Utrillo: un pittore dall’esistenza complessa, profondamente segnata da alcolismo, epilessia e deliri, circondato fin da piccolo dai grandi artisti dell’epoca (Renoir, Degas, Toulouse-Lautrec, Rodin).
«Ho cercato di documentarmi in maniera certosina, perché portare sullo schermo qualcuno realmente esistito impone un rispetto sacrale: guai a tradire la sua storia! Beveva fino a dieci litri di vino al giorno: non si sapeva più se dipingesse per bere, o bevesse per dipingere. Era un pazzo, eppure le sue tele sono intrise di dolcezza e malinconia: immortalano scorci di Montmartre di infinita bellezza e hanno un che di infantile. Con la mia coach, ci siamo ispirati a due personaggi: Serge Gainsbourg – uomo di una grande sensibilità, che si sfigurava quando beveva – e Gen Paul, un pittore francese, grande amico di Utrillo; di lui esistono interviste registrate e ho attinto al suo argot (gergo, ndr), poiché è il tipico del 18esimo arrondissement di Parigi, dove entrambi sono cresciuti. Le settimane in cui abbiamo girato, a Budapest, sono state a dir poco esaltanti».
Ed ora cosa bolle in pentola?
«Su Netflix è appena uscito un film che ho girato con Jean Reno: “Loups-Garous” (basato su un famoso gioco di ruolo di Thiercelieux, ndr). Sicuramente il prossimo anno partiranno le riprese della quinta stagione di “Emily in Paris”. E, chissà: magari, per Natale, mi regalerò qualche giorno di vacanza a Bergamo»
Rossella Martinelli