Bruna Cerea, un cavaliere che continua a parlare plurale

«Questo titolo spettava a mio marito: lo chef più bravo di tutti». A vent’anni dalla scomparsa di Vittorio, la sua presenza alla Cantalupa risuona ovunque. A tu per tu con la matriarca di una dinastia unita da un lascito umano, prima ancora che gastronomico. I pilastri? Sincerità, confronto diretto e coesione familiare

Bruna Cerea, un cavaliere che continua a parlare plurale
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IL PERSONAGGIO

«Cosa avrebbe detto Vittorio della mia nomina a Cavaliere del Lavoro? Beh, se fosse vivo, questa onorificenza sarebbe spettata a lui, non a me. È lui ad aver creato tutto».

Sono passati quasi ventun anni dalla scomparsa di Vittorio Cerea: eppure non c’è stato giorno – tra i 7500 dì intercorsi da quel doloroso 30 ottobre 2005 ad oggi – in cui la signora Bruna Cerea(all’anagrafe Gioconda Gritti, ma questa è un’altra storia) non lo abbia citato, davanti alla sua tribù di figli e nipoti (venticinque, «senza contare morose e morosi», precisa), asserendo: «Papà avrebbe detto / Papà avrebbe fatto». 

Ecco perché a Brusaporto – nel Paradiso terrestre di dieci ettari dove ha sede La Cantalupa (che ospita il tristellato Da Vittorio) – tutto parla di lui e la sua presenza aleggia in ogni dove.

Non solo per i tanti ritagli di giornale o le vecchie fotografie che fanno bella mostra alla reception, o per i mitologici piatti che tuttora compaiono nel menù e attirano clienti da tutto il mondo. 

A restare intatta è l’eredità spirituale del più grande ristoratore italiano di sempre, tenuta viva dalla vedova, che ancora si commuove nel rievocare quegli occhi azzurri che la fecero perdutamente innamorare poco più che ventenne (inizialmente, senza essere ricambiata) e non smette di spendere parole di gratitudine per l’adorata suocera, Rita: dapprima preziosa alleata nell’impresa di conquistare il figlio, poi braccio destro nel crescere i loro cinque pargoli. Cantava continuamente il suo Vittorio poiché, spiega «era una persona felice, cresciuta in un contesto familiare in cui regnava l’armonia. Ogni sera, alla fine del pasto, i miei suoceri si alzavano da tavola e ballavano: come nei film. È merito loro se mio marito era così gioviale. Se chiudo gli occhi, sento la sua voce che riecheggia. Amava l’operetta: ci piaceva andare a teatro. La sua preferita? “La vedova allegra”. Ne intonava incessantemente le arie».

Tuttavia, il maggiore lascito del capostipite della dinastia dei Cerea non ha a che fare con l’ugola d’oro, né con i sorrisi. Nemmeno con le celebri ricette ideate o la strabiliante capacità di aver costruito un impero, partendo da zero.
Il vero patrimonio che Vittorio Cerea ha lasciato in dote a Enrico, Francesco, Barbara, Roberto e Rossella – custodito da due decenni dalla signora Bruna – è il rimanere coesi, amandosi epraticando la più totale sincerità. «Ci diciamo tutto in faccia, senza girarci attorno; e, di fronte agli attriti, anziché fuggire o tenere musi, cerchiamo il dialogo, per sciogliere i nodi. Del resto, viviamo gomito a gomito per venti ore al giorno e trascorriamoinsieme persino le vacanze: una settimana a Laigueglia, in Liguria. Tutti i nipoti – poco alla volta e compatibilmente con gli studi – si sono dati da fare al ristorante: è l’unico modo per vedersi. Lavorano qui anche nuore e generi».

Quella dei Cerea è un’enorme famiglia allargata, in cui nessuno viene escluso: la signora Bruna riserva parole d’affetto anche per ex nuore e generi. «A dirla tutta, alle volte ho l’impressione che le nuore mi vogliano più bene delle mie ragazze – confida, sghignazzando -. Tant’è che sono andata a spasso a Roma con due di loro: Tina, la moglie di Chicco, che cura tutta la parte amministrativa, e Veronica, moglie di Bobo, che segue gli eventi. Più una figlia (Rossella, ndr)».

Le 24 ore nella Capitale, lo scorso 17 giugno, non sono statedettate dal desiderio di concedersi una gitarella al femminile: in quell’occasione, all’imprenditrice è stata ufficialmente conferital’insegna di Cavaliere dell’Ordine al merito del Lavoro.

Come ha reagito quando le hanno comunicato che sarebbe diventata Cavaliere?

«Mi è mancato il fiato. Qualche mese fa il Ministero delle Imprese e del Made in Italy mi aveva già insignito del premio Leonardo: pensavo di essere a posto. Invece, è arrivata la massima onorificenza che esista: chiudo la mia vita in bellezza. È un riconoscimento che condivido con i miei ragazzi: sono stati loro a tenere alto il nome del padre, macinando chilometri in Italia e nel mondo. Sono molto orgogliosa di tutti e cinque: questo titolo è una conseguenza della loro abnegazione».

Il suo sposo poté godere poco della meravigliosa realtà cui avete dato vita a Brusaporto.

«Ci trasferimmo nell’agosto del 2005: lui mancò a fine ottobre. Ci sentivamo persi, senza Vittorio: spaventati. La sua assenza fece sì che ci unissimo ancora di più, per supportarci a vicenda. Fummo costretti a lasciare la nostra sede storica, in viale Papa Giovanni, perché di colpo cambiò la proprietà e ci venne chiesto un affitto esorbitante. Inoltre, avevamo a che fare con il problema dei parcheggi. Fu un salto nel buio: in centro facevamo due turni; qui, al principio, non fu semplice: iniziammo a riempirci con il tempo. Del resto, vent’anni fa capitavano giornate di nebbia fitta e la stradina che si percorre per arrivare da noi non era dotata di lampioni. In quest’area, una volta, sorgeva un club privato, pieno di casine in legno e con una piscina olimpionica: soltanto quellaavrebbe richiesto la presenza fissa di due bagnini. Decidemmo di farne una più piccola e meno profonda e, poco alla volta, da cosa nacque cosa: costruimmo le camere – bellissime, rinnovate tre volte in vent’anni – e ora abbiamo persino un eliporto, dove facciamo gli aperitivi».

Fu un azzardo anche l’apertura, nel 1966, del primo Da Vittorio.

«Avevamo una paura enorme: quando alzammo la saracinesca, aspettavo Francesco e avevo già Chicco. Mio marito lavorava al Bar Orobica con i tre fratelli e la loro mamma, che gestiva la cucina. Era una cuoca pazzesca: un arrosto delizioso come il suo, non l’ho mai più assaggiato. Mi disse: “Proviamo ad aprire unristorantino: se non andasse bene, lo trasformiamo in una sala da biliardo per i clienti del bar, proponendo panini da stuzzicare”. Vittorio non era uno chef, ma ai fornelli batteva qualsiasi chef. Fu una scelta rischiosa: eppure, rifarei tutto».

Come vi conosceste?

«Facevo la commessa nel negozio di frutta e verdura dei miei genitori, in via Guglielmo D’Alzano: lui veniva a far la spesa perché, durante i due anni di servizio militare, aveva il compito di cucinare per il generale Alaia. Me ne innamorai perdutamente: peccato fosse fidanzato. Così, mi feci furba: coccolai per bene quella che poi sarebbe diventata mia suocera, nonostante lui non mi degnasse di uno sguardo. Quando tornò dalla leva – dopo aver trascorso gli ultimi mesi in Sicilia – fece un incidente in moto, mentre andava dall’altra. Rimase a lungo in ospedale e io andai a trovarlo ogni santo giorno. La mia rivale, invece, non poteva varcare la soglia della camera, poiché Rita presidiava la soglia, impedendole di entrare. Con mia suocera ho avuto un legame filiale: ovunque ci trasferissimo, prendevamo un appartamento per noi e uno per lei. Era bravissima con i bambini: me li ha praticamente cresciuti e in estate si trasferiva tre mesi a Laigueglia con loro».

È cosa nota che Vittorio Cerea abbia insegnato ai bergamaschi a mangiare il pesce.

«I ristoranti vicini al nostro erano forti nei bolliti o negli arrosti: intuì che era necessario specializzarsi in qualcosa di diverso. A quei tempi il pesce non lo mangiava nessuno, a parte nei giorni di magro: ma, dalle nostre parti, si trovava solo il palombo, proposto impanato. Un giorno – parlando con le figlie del proprietario dell’unica pescheria di Bergamo – scoprì che una di loro si era sposata con un amabile siciliano, che a tutt’oggi mi omaggia delle sue buonissime arance (Giovanni Cacciolo, fondatore dell’Orobica pesca, ndr). Strinsero un accordo: lui gli avrebbe procurato pesce di prima scelta in Sicilia, ma noi avremmo dovuto comprarne in grande quantità. Inizialmente non fu facile, anche per un discorso logistico: il pesce ci metteva due giorni per arrivare e faceva tappa a Roma dove, immancabilmente, ce ne rubavano la metà. Sa che i commensali a cui proponevamo gli scamponi, li inghiottivano completi di guscio? Io, invece,impazzivo per il suo rombo: una delizia impossibile da replicare, persino per i miei figli!».

I suoi piatti preferiti? 

«Sono classica: oltre al rombo, ho una predilezione per i nostri paccheri, ma anche il risottino ai funghi del mio Vittorio era qualcosa di speciale. Riusciva a condire una semplice insalata in modo così sublime, da trasformarla in un contorno squisito!».

Lei cucina spesso per la sua tribù di figli, nuore e nipoti.

«Fino a prima del Covid era una tradizione fissa. Il mercoledìavevo appuntamento dal parrucchiere la mattina, mentre il pomeriggio andavo all’Esselunga a fare la spesa e traevoispirazione dai prodotti in cui mi imbattevo: con un po’ di fantasia, si cucina tutto».

Ha due figli – Chicco e Bobo – che sono chef stellati. A loro cosa prepara?
«Impazziscono tutti quanti per il mio coniglio: ovviamente,accompagnato dalla polenta». 

A 85 anni lavora sei giorni su sette, dalle 9 di mattina all’1 di notte.

«Ma dopo pranzo mi ritaglio un paio di ore nella mia camera: c’è sempre qualcosa da sistemare. La sera mi addormento verso l’una e mezza, mentre ascolto il telegiornale. Bevo dieci caffè al giorno: e, se non è buono, redarguisco chi lo ha fatto».

Non stacca mai?

«Il mercoledì mattina e la domenica, dopo il servizio del pranzo. Del resto, ho partorito cinque figli e non mi sono mai presa più di tre giorni di congedo di maternità».

Qualche amicizia famosa nata in questi anni?

«Tutti i clienti abituali finiscono col diventare amici. Un legame speciale è quello che si è creato, negli anni, con la moglie dell’Aga Khan: veniva a trovarmi, ma ormai ci sentiamo per telefono o ci scriviamo».

Una dote portante per ciascuno dei suoi figli?

«Chicco, in quanto primogenito, è quello più responsabile. Francesco è un viaggiatore: va ovunque per far conoscere Da Vittorio. Bobo è gioioso: sorride sempre. Barbara è la più dolce. Rossella… è una bestia! Scherzo: è bravissima, ma è ancor più bravo suo marito – Paolo, chef, che lavora qui da 36 anni – poichéla sopporta! (ride)».

Mi tolga una curiosità: la nomina a Cavaliere è a nome di Gioconda Gritti o di Bruna Cerea?

«È per “Gritti Cerea Bruna”. Gioconda era il nome della nonna: a mia madre toccò mettermi quel nome, poiché ero la prima nipote. A quei tempi si veniva battezzati immediatamente, in ospedale: il tasso di mortalità infantile era altissimo. Tuttavia, tornata a casa, iniziarono a rivolgersi a me come Bruna, in onore di un cugino che era appena venuto a mancare. Pensi che quando mi sposai e andai a cercare il certificato di matrimonio, non saltava fuori: io sostenevo di chiamarmi Bruna, ma il funzionario del Comune non mi trovava. Per forza: all’anagrafe, ero e sono Gioconda! Lo scoprì allora. Però, per cinquant’anni mi sono firmata Bruna Cerea. Quando mi chiamano Gioconda, rimango spiazzata: non sono io».

Quanti messaggi ha ricevuto dopo che è stata resa nota la sua nomina a Cavaliere?

«Moltissimi. Una miriade anche da estranei. Pacchi di lettere di gente che mi vuole conoscere. È tutto così strano!».

Le ha scritto anche Remo Ruffini (patron di Moncler, che con la sua holding ha recentemente acquisito il 40% del gruppo tristellato Da Vittorio)?

«Sì: peraltro è Cavaliere del Lavoro anche lui. Fa effetto, perché la sua è una lettera particolare… inoltre, utilizza la macchina da scrivere: un’abitudine che non ha più nessuno».

Ho letto che è intenzionata ad avviare una collaborazione con il Patronato San Vincenzo, avendone conosciuto il superiore, don Davide Rota.

«Ci hanno presentati in occasione di un premio assegnato ad entrambi dalla Camera di Commercio di Bergamo, lo scorso dicembre. Sa, noi abbiamo anche un servizio mense (Vicook, ndr), coordinato dalla primogenita di Chicco, Beatrice: avanza sempre un bel po’ di cibo ed è un peccato buttarlo, quando potrebbe sfamare qualcuno».

Mi conceda un’ultima domanda: d’ora in poi dovremo rivolgerci a lei come Cavalier Cerea?

«No. Spero che tutti continuino a chiamarmi semplicemente “signora Bruna”: mi piace, è l’appellativo in cui mi riconosco».