Alisa Djimsiti: «Con Jalizé do vita a capi senza tempo»

La moglie del difensore dell’Atalanra- che ha appena aperto una boutique in Via Borfuro- racconta il suo brand

Alisa Djimsiti: «Con Jalizé do vita a capi senza tempo»
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«Sono nata e cresciuta a Zurigo dove i miei genitori – originari del Montenegro e della Serbia – si erano trasferiti negli anni Ottanta. Credo che questa doppia appartenenza culturale abbia definito profonda- mente la mia personalità: da un lato ho fatto mie la disciplina, la precisione e il senso del dovere tipicamente svizzeri; dall’altro il calore, la passionalità e il forte attaccamento alla famiglia che caratterizzano la cultura balcanica. È un mix che oggi ritrovo sia nella mia vita privata, che nel modo in cui mi approccio al lavoro».

Dal 2018 Alisa Djimisti – ex modella, con una laurea in Economia e una specializzazione in Marketing Internazionale – ha dato vita a Jalizé: un marchio già molto famoso all’estero – soprattutto nell’area dei Balcani- con un monomarca a Zagabria e uno a Belgrado. Da qualche settimana ha inaugurato nel cuore di Bergamo (al civico 6 di via Borfuro) un nuovo flagship store. Il fil rouge delle collezioni?

Artigianalità, qualità dei materiali, responsabilità sociale. Capi che rifuggono il fast fashion o le effimere tendenze del momento, ma si impongono di essere durevoli nel tempo.

Come è nata la passione per la moda?

«Fin da bambina ho sempre vissuto la moda come una forma d’arte. Per me gli abiti non sono semplicemente vestiti, ma un linguaggio capace di raccontare chi siamo, ancora prima delle parole. Il modo in cui una persona si veste comunica il suo carattere, la sua sensibilità, la sua identità. Già durante l’adolescenza compravo personalmente i materiali, disegnavo modelli e li facevo realizzare da una sarta: desideravo indossare capi unici, che mi rappresentassero davvero».

Gli studi in Economia e Marketing devono essersi rivelati preziosi nel momento in cui hai deciso di dare vita a un tuo brand.

«Esatto: oggi considero quella scelta – influenzata dai consigli di mia madre – estremamente preziosa. Mi ha fornito gli strumenti fondamentali per costruire un’azienda: dal marketing alla gestione delle risorse umane, fino alla contabilità e l’organizzazione aziendale».

Il debutto della prima collezione risale al 2018.

«Una piccola produzione: ma è stato allora che ho capito quanto le persone apprezzassero l’autenticità, l’artigianalità e tutto ciò che era diverso dai prodotti standardizzati presenti sul mercato. Abbiamo iniziato molto lentamente, lavorando esclusivamente su ordinazione. All’inizio era una necessità economica, ma col tempo è diventata anche una scelta consapevole».

Una delle parole che meglio riassume la filosofia di Jalizé è “sostenibilità”: suona rivoluzionario, nel sistema moda.

«La sostenibilità e il consumo responsabile sono sempre stati valori centrali nella mia vita. Credo che ciò che indossiamo racconti non solo il nostro stile, ma anche le scelte che facciamo come esseri umani. Per questo motivo, fin dall’inizio, per me è stato fondamentale produrre in Europa, conoscere personalmente ogni fase della produzione e avere la certezza che tutto venisse realizzato in modo etico e trasparente. Dopo anni di lavoro, siamo riusciti a creare un nostra manifattura interna. Oggi produciamo esclusivamente in-house, e questo ci permette di mantenere pieno controllo sulla qualità e sui processi. Il nostro team è diventato una vera famiglia: è un dono enorme».

Il motto di Jalizé è “Luxury wear for urban divas”

 «Con il tempo mi sono resa conto di un’esigenza concreta – come donna e come mamma -: cercavo capi che potessero accompagnarmi durante tutta la giornata. Eleganti ma pratici, capaci di adattarsi ai diversi momenti della quotidianità. L’estetica di Jalizé ruota intorno a questo: una femminilità forte, sofisticata, senza tempo, che non segue ciecamente le tendenze del momento. Il mio desiderio è realizzare capi che possano essere indossati anche tra dieci anni, mantenendo la stessa qualità, la stessa raffinatezza e la stessa identità».

Oltre alle boutique a Zagabria e Belgrado, avete avviato collaborazioni con resort di lusso, aperto una serie di pop up e, ciliegina sulla torta, andate fortissimo nell’online, con ordini da tutto il mondo, specialmente dagli Stati Uniti.

«Questa crescita ci ha dato la conferma che esistono donne che si riconoscono nello stile che rappresentiamo. Ed è stata proprio questa consapevolezza a portarci a compiere l’ultimo, importante, passo: l’apertura dello store orobico. Bergamo rappresenta un punto di partenza importante verso il mercato italiano e, sicuramente, guardiamo con interesse anche ad altre città, per il futuro. Tuttavia, ho sempre creduto in una crescita organica, costruita passo dopo passo. Forse richiede più tempo, ma ritengo che ciò che si sviluppa lentamente abbia basi più solide e durature».

Vivi a Bergamo da diverso tempo. Cosa ti piace di questa città?

«Siamo qui da sei anni: ormai la considero la nostra casa. Uno dei miei figli è  qui e tutti e tre stanno crescendo qui (Lion, 6 anni, Adria, 3 e Aron, 1). Bergamo è una città straordinaria non solo per la sua bellezza architettonica, ma soprattutto per le persone. Ho trovato una comunità calorosa, autentica: gente orgogliosa, lavoratrice e profondamente umana. In Italia ritrovo,anche quel forte senso della famiglia e delle relazioni che appartiene alla mia cultura d’origine».

In cosa vorresti che i tuoi bambini si “bergamaschizzassero”?

«Qui le persone sono portatrici di virtù straordinarie, che io e Berat vorremmo trasmettere ai nostri figli: la dedizione nei confronti del lavoro, la giustizia, il senso di comunità, il rispetto reciproco e l’umiltà. Perché l’ambiente in cui i bambini crescono – sia in casa, che fuori – li plasma profondamente e contribuisce a formare le persone che diventeranno un domani. Dedizione, empatia, altruismo e semplicità sono il bagaglio valoriale che desidero per loro. Siamo stati fortunati nel trovare un clima che li influenza positivamente: ci strappa sempre un sorriso notare come abbiano adottato non solo espressioni e modi di dire locali, ma anche la tipica gestualità italiana». 

    Jalizè
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