MARTA SURACI«TRA MUSICA E FAMIGLIA, LA MIA VITA SCANDITA DA 102.5»

Figlia del patron di RTL, da vent’anni è responsabile marketing dell’emittente più ascoltata del Paese.
«La radio non potrà mai essere soppiantata dall’IA: vive di parole ed emozioni»

MARTA SURACI«TRA MUSICA E FAMIGLIA, LA MIA VITA SCANDITA DA 102.5»
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È l’incarnazione vivente del claim che ha reso la sua radio la più ascoltata del Paese, forte degli 8milioni di persone che ogni giorno si sintonizzano sulla frequenza 102.5: Marta Suraci, 43 anni – tre figli (Lorenzo, 10 anni – quando si dice il caso, neonato numero 1025 all’ospedale Papa Giovanni XXIII, nel 2014 – e i gemelli Mattia e Pietro, di 9), un marito (Fabio Marcantelli, produttore esecutivo di “Power Hits Estate”, l’evento che dal 2017 ha idealmente raccolto le redini del Festivalbar), un padre visionario (Lorenzo Suraci, unico editore puro rimasto nel mondo della radiofonia) – è la quintessenza delle «Very Normal People».

La forza della normalità, nel suo caso, si traduce in una spiazzante autenticità; si muove per i corridoi della labirintica sede di Cologno Monzese di RTL 102.5 – dove riveste il ruolo di responsabile marketing – dispensando chiacchiere e sorrisi a tutti i collaboratori: un’affabilità (reciproca) che più di qualsiasi slogan trasla il sistema valoriale alla base del successo di un’emittente in cui si respira aria di casa. «Siamo più di 300 – e andiamo in onda 24 ore al giorno, sempre in diretta – ma, effettivamente, è come fossimo tutti una grande famiglia. Ad agosto, una buona metà si trasferisce in Sardegna, al Bluserena di Badesi: trasmettono da lì, portandosi dietro mogli e prole, in modo da potersi godere il mare garantendo, al contempo, lo svolgimento del palinsesto», spiega.

Come si fa a rimanere “normal”, pur facendo capo alla radio più famosa d’Italia?

«Sono cresciuta in una famiglia di grandi lavoratori. A mio padre non è stato regalato niente: era un ragazzo calabrese, salito al Nord per realizzare un sogno. Tutto è iniziato con una discoteca: il Capriccio, ad Arcene. Mattone dopo mattone, ha creato un gruppo che oggi annovera tre emittenti: RTL 102.5, Radio Zeta e Radiofreccia. L’educazione che lui e mia madre, Silvana, hanno dato a me e mio fratello, Daniele (direttore di Radiofreccia, ndr) è stata encomiabile: siamo cresciuti senza troppi vizi o grilli per la testa. Ho frequentato le scuole dell’obbligo a Torre Boldone. Dopo il diploma linguistico al Falcone, mi sono iscritta allo IULM, a Milano: prendevo il treno dei pendolari, alle 7.10 a Bergamo, e rientravo la sera, giusto in tempo per gli allenamenti di pallavolo. Mi sono laureata prima del previsto – durante l’Erasmus, a Lille, ho anticipato un paio di esami – con una tesi sulla “convergenza mediale”, analizzando il caso di “102.5 Hit Channel”: una delle tante intuizioni geniali di papà. Era il 2002 – gli smartphone nemmeno esistevano – eppure, mi disse: “sono certo che la radio cambierà, dobbiamo portarla su tutti i device”. Trasmettevamo anche da New York e introducemmo gli SMS in onda, grazie a una nuova interfaccia: una vera e propria convergenza multimediale, rivoluzionaria per allora».

Il suo primo lavoro a RTL 102.5 fu sistemare le bollette dell’Enel.

«Era gennaio del 2003 e mio padre, nell’affidarmi la mansione, aggiunse: “Così capisci dove spendiamo i soldi”. Effettivamente, per chi opera nel nostro settore, la voce “energia” ha un costo esorbitante. Di lì a poco, decise di avviare un compartimento dedicato al marketing, percependone l’importanza: siamo, infatti, l’unica radio in Italia dotata di una propria concessionaria pubblicitaria. Siamo una “radio-azienda”: non facciamo parte di gruppi editoriali terzi, ma sopravviviamo grazie alla pubblicità».

La maggiore soddisfazione professionale di queste due decadi?

«Essere riusciti a far diventare la nostra radio un Brand, lavoro fatto a stretto contatto con Stefania Siani e Federico Pepe. Essere riusciti a tradurre ciò che siamo e l’aria che si respira: fatta di normalità e famiglia. Partendo da RTL 102.5, abbiamo creato un marchio che riassume il nostro mondo, il nostro sistema valoriale, e che da otto anni contempla anche Radio Zeta e Radiofreccia. Ognuna ha un target diverso – trasversale per l’ammiraglia, più giovane per Zeta, rock per Freccia – ma tra di loro dialogano, parlando una lingua comune».

E pensare che questo impero è partito da una discoteca di provincia.

«Spesso si racconta che le donne sappiano fare due cose alla volta, ma gli uomini soltanto una: ecco, mio padre, ne fa almeno tre in contemporanea. Vi basti sapere che la notte dorme indossando le cuffiette: da un orecchio ascolta RTL 102.5, dall’altro, Radio Zeta. Vede e intuisce tutto, prima di tutti: quando spiega l’ultima idea che ha avuto, è impossibile decifrare quel che sta dicendo, perché mentre enuncia A, B e C, la sua testa è già proiettata sulla Z. Nessuno riesce a stare al suo passo»

Nel frattempo, si affaccia proprio il padrone di casa: Lorenzo Suraci. Tutta la radio è in fermento per la preparazione di “Power Hits Estate”, che il prossimo 3 settembre porterà all’Arena di Verona un cast stellare, decretando ufficialmente il tormentone dell’estate 2024. Gli chiediamo di lasciarsi andare a una previsione. «A naso, vincerà “Storie brevi”, di Tananai e Annalisa, ma la mia preferita è “Sesso e samba”, di Tony Effe e Gaia: ha un ritmo che non si leva dalla testa. Mi faccia aggiungere una cosa: la radiofonia è diventata un Far West. Bisogna contenere al minimo il danno: ci copiano tutti. Vuol sapere l’ultima? Radio Mediaset ha dichiarato che “Battiti Live” eleggerà il brano più iconico dell’estate: peccato sia la stessa missione che “Power Hits Estate” si prefigge dal 2017. Idealmente, siamo gli eredi del Festivalbar: il figlio di Salvetti mi ha promesso che, qualora cedesse il marchio, lo offrirebbe a noi, come è ovvio che sia».

A proposito di “Power Hits Estate”: il produttore esecutivo è Fabio Marcantelli, marito di Marta. Nel 2023 è stato persino in lizza per i TPi Awards, i premi che celebrano le eccellenze del settore degli eventi dal vivo, a livello mondiale. «Lavoriamo insieme da un po’ di anni, dopo una vita in Live Nation – ci racconta lei -. Di nome, lo conoscevo da sempre: ci interfacciavamo, per lavoro, via mail o per telefono: mi sembrava un classico bergamasco scorbutico. Quando ci presentarono, fu subito colpo di fulmine. Anche papà rimase colpito. Esterrefatto, gli disse: “Ma tu sei il figlio di Mario!”. Suo padre – di cui è la fotocopia – era mancato prematuramente; organizzava eventi al Palazzetto dello Sport di Bergamo e aveva collaborato con il mio, quando erano giovani. Dopo un anno e mezzo, ci siamo spostati».

Tra il febbraio 2014 e il luglio del 2015 avete messo al mondo tre bambini. Come è stato conciliare la maternità con un ruolo così importante?

«Vivo di fronte ai miei genitori: posso contare su mia madre, ma anche su mia zia. A dire il vero, sono riuscita a continuare a lavorare anche con i bambini piccoli, potendo contare sulla presenza fissa del mio braccio destro, Yuri Battistin. In quel periodo, osservando il mondo con uno sguardo diverso, ho avuto nuove idee: penso alla campagna sulle nuove normalità».

Che musica ascoltano i vostri figli?

«Tutta: hanno capito che i generi musicali – anche i più disparati – si sposano con i vari momenti della giornata. Spaziano da Ludovico Einaudi ai Pinguini Tattici Nucleari; li porto all’Arena di Verona per “Power Hits Estate”, ma anche per assistere al “Rigoletto”. Sono impazziti per “Maranza” di Rovazzi e Il Pagante. Ognuno suona uno strumento diverso – violino, piano e chitarra -, ma non voglio condizionare il loro futuro, né il loro presente: sono bambini e nella loro vita deve esserci spazio per la scuola, gli sport e il catechismo. A mio papà fa specie che, anziché accendere la radio, chiedano ad Alexa di farlo».

Canzoni del cuore?

«La mia preferita è “Lady (Hear me tonight)” di Modjo. Poi, ci sono quelle che associo a ognuno dei miei figli: “La prima cosa bella”, nella versione di Malika Ayane, per Lorenzo; “Buonanotte fiorellino” di De Gregori per Mattia; “A modo tuo”, cantata da Elisa, per Pietro. Io e Fabio abbiamo eletto a nostra canzone “Gabriel’s oboe”, di Ennio Morricone, sebbene lui abbia cercato di conquistarmi a suon di rock, tra brani dei Linkin Park e di Beck».

Ascolta mai altre radio?

«Ci provo (sorride, ndr). Oggi, la nostra arena competitiva non sono più soltanto le radio: penso a Spotify, che ogni tot dichiara che il mondo della radiofonia è al capolinea. Hanno persino provato a fare delle trasmissioni, avvalendosi dell’intelligenza artificiale: è stato un flop. Perché? La radio ha un ingrediente unico: è fatta dalle persone, per le persone, vive di parole ed emozioni»

Rossella Martinelli