HA VISTO NASCERE (E SALVATO) ALMENO DUE GENERAZIONI DI NEONATI. DOPO QUATTRO DECADI, GIOVANNA MANGILI DÀ L’ADDIO AL «PAPA GIOVANNI»

Direttore della Patologia neonatale dal 2010 e, dal 2021, anche del Dipartimento materno-infantile e pediatrico (ma in forza ai Riuniti dal 1987), l’angelo custode dei bambini bergamaschi, fresca di pensionamento, ripercorre le storie di una carriera straordinaria: dalla nascita di quattro gemelline, al parto di due sorelline siamesi

HA VISTO NASCERE (E SALVATO) ALMENO DUE GENERAZIONI DI NEONATI. DOPO QUATTRO DECADI, GIOVANNA MANGILI DÀ L’ADDIO AL «PAPA GIOVANNI»
  • Medicina

Tra le decine di foto che tappezzavano le pareti del suo studio – al quarto piano della Torre 1 del Papa Giovanni XXIII – spiccava un collage intitolato “Madri della patologia neonatale”, con i mezzibusti di Virginia Apgar (pediatra statunitense universalmente nota per aver ideato un indice che, attraverso cinque parametri, valuta rapidamente lo stato di salute di ogni neonato, rilevando eventuali criticità sulle quali intervenire prontamente), Claudine-Amiel Tison (illustre pediatra francese, che mise a punto una scala di valutazione per il monitoraggio neurologico del neonato), Edith Potter (ricercatrice nel campo della patologia perinatale, nonché colei che stabilì il legame tra l’assenza di reni fetali e un’anomalia dello sviluppo cranio-facciale, ribattezzata Sindrome di Potter). Insomma: dei fari di ispirazione per tutti i neonatologi del mondo.

E poi, ecco la foto Giovanna Mangili: quattro decadi consacrate ai neonati prematuri, direttore della Patologia neonatale dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo a partire dal 2010 e, dal 2021, anche del Dipartimento materno-infantile e pediatrico. Cariche ricoperte fino al 4 luglio 2025.

«Questi quadretti sono un’opera scherzosa di cui mi ha omaggiato il dottor Paolo Bianchi: un medico che ha fatto la storia della neonatologia, prima a Seriate, poi a Bergamo. Se questo reparto, con i suoi quattromila parti l’anno, è uno dei fiori all’occhiello della sanità – non solo lombarda – è in gran parte merito del clima che si respira, da sempre. Siamo in 150 – tra medici e infermieri – e, senza che suoni retorico, siamo una squadra coesa… siamo amici. Credo fermamente che si lavori meglio in un ambiente sereno: soprattutto, se si ha a che fare con una professione difficile, come questa», spiega.

Dal 5 luglio – il giorno successivo al suo settantesimo compleanno – ha avuto inizio una nuova fase della sua vita. I camici bianchi, per ora, sono stati riappesi nell’armadio, ma non per questo l’estate sarà meno intensa: trascorrerà tutto il mese di agosto al mare con la famiglia, insieme alle figlie Maria Vittoria e Maria Alessandra , per accudire i nipotini (Filippo, 3 anni, e Alberto, di uno).

Tra le decine di migliaia di neonati che ha visto nascere, nella sua carriera, ci sono anche loro: «Un’emozione fortissima, strana: ero a fianco della mia primogenita con la partecipazione emotiva di una mamma e futura nonna, ma non appena ho indossato guanti e li ho visi sbucare, sono tornata un medico. Ad entrambi ho fatto il primo controllo, col cuore in gola, tirando un sospiro di sollievo nel riscontrare che godevano di ottima salute. Mia figlia aveva vissuto due gravidanze perfette: io, però, avendo 38 anni di patologia neonatale alle spalle, ho trascorso quei nove mesi con l’ansia di chi ha la consapevolezza di tutto ciò che può accadere prima, durante e dopo il parto».

Ha varcato per la prima volta la soglia dei Riuniti nel 1987.

«Mi ero laureata in Medicina a Pavia nel 1980, specializzandomi, successivamente, sia in Pediatria che in Allergologia. Lavoravo a Brescia, ma dopo la nascita di mia figlia, iniziò a pesarmi la distanza. Così, nonostante l’età e le due specialità, nel 1987 ricominciai da capo: per due anni, feci la volontaria ai Riuniti, con il professor Angelo Colombo. La Patologia neonatale mi appassionò da subito e rimasi qui, in attesa del concorso: venni assunta nel 1990».

Nella sola Bergamo, ha visto venire al mondo un numero impressionante di bambini.

«In questa struttura ospedaliera contiamo all’incirca quattromila nascite l’anno. Ci tengo a precisare che non li ho visitati tutti io».

Si ricorda il primo caso di infante “delicato” che ha seguito?

«Fu a Pavia. Lavoravo con il professor Alberto Ugazio: curava bimbi immunodepressi, con difetti immunitari molto importanti. Avrei tantissime storie da raccontare: alcune meravigliose, altre tragiche. Le mie figlie mi ripetono continuamente che dovrei raccoglierle in un libro».

Da quando ha iniziato a occuparsi di neonati prematuri, la loro soglia di sopravvivenza è sensibilmente cambiata.

«È aumentata molto la sopravvivenza nelle fasce di gestazione più basse. Gli anni Novanta sono stati scanditi da diverse conquiste – tecnologiche e farmacologiche – che hanno consentito anche a neonati di 24, 25 settimane di farcela. Chiaramente, la prematurità comporta alcuni rischi e complicanze».

Negli anni ’30, a Bergamo, 1 bambino su 5 moriva entro il primo anno di vita. Una disgrazia che oggi, nella nostra provincia, ha un’incidenza di 3 casi su mille.

«Le cure per l’infanzia sono migliorate notevolmente: soprattutto in Italia e, ancor più, in Lombardia. La mortalità infantile è uno dei parametri che valuta lo stato di salute e civiltà di un Paese: il nostro è uno dei migliori, in assoluto. Checché se ne dica, abbiamo un sistema sanitario efficiente. La pandemia da Covid ce ne ha dato dimostrazione».

Fu complesso gestire la TIN in quel frangente?

«Ricordo come fosse ieri quella nefasta domenica 23 febbraio: dovemmo chiudere improvvisamente il reparto agli esterni. Eravamo venuti a conoscenza del primo caso, ad Alzano Lombardo. I genitori non poterono vedere i loro figli per un mese e mezzo: a sorprendermi fu che non solo nessuno protestò, ma in seguito ricevemmo bellissime lettere di ringraziamento da parte loro. Li chiamavamo due volte al giorno: ogni mattina ricevevano la telefonata di un medico, mentre il pomeriggio toccava alle infermiere, che provvedevano anche all’invio di foto e video. È stato incredibile constatare come – sebbene non potessero essere fisicamente presenti – si sentissero costantemente parte del processo di cura dei loro bambini. Dal punto di vista umano è stata un’esperienza straordinaria: merito, soprattutto, delle nostre meravigliose infermiere, dotate di grande empatia e capaci di costruire rapporti solidi, che durano nel tempo».

Talvolta si ha come l’impressione che il neonato “faccia paura”. Sia ai neogenitori, che ai pediatri.

«Non è tanto questo. L’errore più diffuso è considerare il neonato come fosse un piccolo bambino: è sbagliato, al pari di ritenere il bambino, un piccolo adulto. Il neonato è proprio un essere a sé: con caratteristiche ed esigenze specifiche. La neonatologia – in un ospedale come il Papa Giovanni – ha molto a che fare con la rianimazione, l’urgenza: aspetti che non si sposano con le personalità di tutti, perché comportano tassi elevati di stress, dettati dal fatto che si è chiamati a prendere decisioni di fondamentale importanza in lassi di tempo brevissimi. È complesso, faticoso: sia fisicamente, che emotivamente. Le scelte sono spesse dettate dal comportamento del neonato: che va decifrato».

Nella percezione comune, un bebè piange e basta.

«Il pianto è il suo modo di parlare: esiste il vagito da fame, così come quello per comunicare dolore. Chi si occupa di neonati, li distingue al volo. Sanno esprimersi in tanti maniere: attraverso le smorfie del viso, la modalità in cui stanno nella culla, si muovono, si contorcono. Basta sapere osservarli».

Anni fa una sua collega, la dottoressa Antonietta Auriemma – per anni alla guida della TIN del Bolognini di Seriate – mi confidò che detestava che nelle interviste la facessero passare per una sorta di missionaria.

«Concordo. Sicuramente questa è una professione in cui si dà una disponibilità che va al di là di quanto stabilito su un pezzo di carta, ma vogliamo mettere il privilegio di fare un lavoro che si ama e appassiona? Chiunque ami ciò che fa, non misura col bilanciere le ore di servizio. Tanto più, quando si ha a che fare con delle vite».

Spesso, i piccoli pazienti della TIN vengono chiamati “guerrieri”: un appellativo che contrasta con la loro vulnerabilità.

«Eppure, i neonati hanno risorse incredibili: soprattutto i prematuri. Ai genitori ho sempre ripetuto che, insieme, avremmo combattuto una battaglia per volta, con l’obiettivo finale di vincere la guerra. È stupefacente il modo in cui riescano a superare interventi e terapie che metterebbero ko anche un adulto: sono esserini speciali».

Tra queste mura ha vissuto esperienze memorabili. Nel 2012 coordinò il trasferimento di 60 bebè, dai Riuniti al Papa Giovanni.

«Quando partì l’ambulanza con l’ultimo bambino e lasciai il vecchio reparto, tirai un sospiro di sollievo. Tutto era stato studiato alla perfezione, ma esistono incognite imprevedibili. Era il 19 dicembre del 2012: il primo neonato partì alle 8, l’ultimo alle 16: ognuno accompagnato da medici e infermieri».

Nel 2013 la sala parto ospitò un evento eccezionale: nacquero quattro gemelline.

«Ricordo la prima volta che la mamma mi venne a parlare: era una donna così minuta, che mi chiesi come ci sarebbero state, in quel corpicino, quattro creature! Eppure, aveva una determinazione pazzesca nel portare a termine la gravidanza. Nacquero di 34 settimane, ma tutto era pronto da un mese, al fine di garantire la presenza del personale necessario in sala parto (quattro medici e quattro infermieri), nonché quattro posti liberi in terapia intensiva».

Nel 2014 finiste su tutti i giornali per l’intervento su due gemelline siamesi: nate con un fegato ciascuna, ma con i due organi congiunti.

«Furono settimane di studio intenso: leggemmo tutto quanto era stato scritto a riguardo e ci esercitammo allo sfinimento in sala parto, facendo delle simulazioni con dei manichini, nonché riunioni su riunioni con la chirurgia pediatrica, ginecologi, anestesisti. Assemblammo persino un lettino da trasporto ad hoc: perché la culla che normalmente utilizziamo per i neonati, non era in grado di accogliere due gemelli siamesi. L’intervento – eseguito dai dottori Maurizio Cheli, Giuseppe Locatelli e Michele Colledan –  era estremamente rischioso: il fegato è un organo che tende a sanguinare parecchio. Le due bimbe, nate a fine agosto, furono separate a gennaio: ora hanno 10 anni e, ogni gennaio, festeggiano la loro seconda nascita, venendoci a trovare e portandoci dei doni. Sono due belle bambine, sane».

Avete gestito, con successo, la nascita di due neonate di 390 grammi. Non tutti, però, ce la fanno. Ci si abitua mai al dolore di un bimbo che viene a mancare?

«È un’enorme sofferenza per tutta l’équipe: rimane addosso un gigantesco senso di impotenza. Purtroppo, fa parte del lavoro, bisogna andare avanti: si supera, però non ci si abitua. È una sconfitta: per tutti. Il mio compito, negli anni, è stato anche quello di aiutare lo staff ad affrontare queste perdite».

È mai capitato che – di fronte a quadri clinici con poche chance – chiedesse aiuto a un’entità superiore, divina?

«Sempre. Non immagina quante volte ho pregato di essere illuminata, per casi di fronte ai quali c’erano pochissime speranze. Ed è come se, dell’alto, mi fossero arrivate le idee giuste, al momento giusto: non si tratta di bravura, né di intelligenza, quanto di intuizioni inspiegabili».

Nel suo futuro cosa c’è?

«Sicuramente, ricoprire – in parte – il ruolo di nonna. Per il resto, non ho progetti. Cercherò di fare volontariato in qualche associazione. Per questo ospedale ci sarò sempre, ma dietro le quinte: non voglio essere ingombrante. E poi, chissà: non escludo di iscrivermi alla Terza Università, per approfondire la storia e la letteratura, che ho sempre amato e, per mancanza di tempo, non ho mai potuto approfondire».

Rossella Martinelli