ANNA VALTELLINA: UNA VITA PER GLI ALTRI

A dicembre il Comune di Bergamo le ha conferito la Benemerenza Civica come riconoscimento di un’esistenza dedicata al volontariato. A tu per tu con una donna dal cuore immenso

ANNA VALTELLINA: UNA VITA PER GLI ALTRI
  • Solidarietà

Il giorno in cui vide la luce – 16 aprile 1937 – l’ostetrica che stava assistendo mamma Eugenia rimase di stucco: di neonati ne aveva visti a centinaia, ma nessuno era nato con gli occhi aperti. Intuì che, a contraddistinguere quella bambina, sarebbe stata la vivacità. 

Tuttavia, non poteva profetizzare che quello sguardo attento avrebbero caratterizzato tutta l’esistenza di Anna Valtellina: una donna totalmente focalizzata sul prossimo, al punto di non aver relegato il volontariato a mero hobby da coltivare nei ritagli di tempo, bensì a vera e propria missione di vita.  

In segno di riconoscenza, lo scorso dicembre il Comune di Bergamo le ha conferito la Benemerenza Civica per essersi spesa, senza sosta, in molteplici attività nei confronti delle persone più fragili.  

Colonna portante della Fondazione ARMR ETS – Aiuti per la Ricerca sulle Malattie Rare – che raccoglie fondi per sostenere la ricerca nell’ambito di patologie poco conosciute – dove ricopre il ruolo di consigliera, organizzatrice di gare di golf nazionali, nonché coordinatrice delle “Piazze del Sorriso”. Ex presidente di Soroptimist International Club Bergamo, organizzazione di service senza fine di lucro, che riunisce donne con elevata professionalità e opera attraverso progetti diretti all’avanzamento della condizione femminile, la promozione dei diritti umani, l’accettazione delle diversità, lo sviluppo e la pace. 

Socia di Atena, attiva nella prevenzione del disagio giovanile. Volontaria per opere a supporto del Patronato San Vincenzo e della Casa Circondariale di Bergamo.  

Insomma: ovunque ci sia bisogno, spunta costantemente il nome della signora Anna. 

Eppure, è impossibile cogliere in lei qualsiasi forma di autocompiacimento. 

«Non faccio nulla di speciale: sono una persona normale, cresciuta in una famiglia normale. Molto unita, quello sì. Mi pare che questa benemerenza abbia fatto fin troppo rumore: io mi limito a mettere in atto gli insegnamenti di papà Costante, un grande uomo, generoso con tutti. Mi ripeteva sempre: “Anna, non dimenticare l’importanza dell’obbedienza e del rispetto”. E la più grande forma di rispetto è avere cura di sé, ma anche degli altri, senza voltarsi dall’altra parte di fronte alle sofferenze e alle necessità del prossimo. Che mondo sarebbe, se tutti fossimo egoisti e pensassimo esclusivamente al nostro orticello?», si chiede. 

L’INFANZIA E LA GUERRA 

«Papà è stato il mio maestro di vita – prosegue -. Suo padre, nonno  Luigi Valtellina, fu il primo a fondare l’impresa telefonica di Bergamo “Valtellina Luigi e figli” negli anni Venti del 1900. Papà Costante, a sua volta, nel 1957 creò la SBILTE (Società bergamasca impianti linee telefoniche e elettriche): con i suoi dipendenti si spostava da un luogo all’altro per “piantare pali e tirare fili”, come si diceva allora. Partiva il lunedì e tornava il sabato: prima di congedarsi, mi raccomandava di badare ai miei cinque fratelli, considerata la natura cagionevole di mia madre. A 7 anni ero già una mammina: quella che correva se qualcuno si sbucciava le ginocchia o cucinava per tutti. Ecco, vede, sono cresciuta così: prendersi cura degli altri era la mia quotidianità» 

Un’infanzia serena, trascorsa in Borgo Palazzo fino all’avvento del secondo conflitto mondiale. «Abitavamo in via Rubini, accanto allo stabilimento Battagion, che durante la guerra era preso di mira per ciò che costruiva. Il giorno dei bombardamenti su Bergamo, papà intuì che stava per accadere qualcosa di brutto e avvisò mia madre, la quale ci portò di fretta e furia in cantina. Un episodio che non scorderò mai: mi basta chiudere gli occhi per rivedere mamma che prega senza sosta, invocando la protezione di Dio. Nel frattempo, sopra le nostre teste, esplodevano le bombe e la gente urlava, disperata». 

UNA VITA IN CONTROTENDENZA 

Tutta l’esistenza di Anna sembra un romanzo.  

Giovanissima, entrò nell’azienda di famiglia (occupandosi di risorse umane e amministrazione): la SBILTE, grazie alla collaborazione con i fratelli, divenne successivamente una S.P.A., fino alla vendita ad Alcatel, nel 1991.  

Solo allora, realizzò il suo sogno nel cassetto: aprire una gioielleria, lei che fin da bambina andava a casa della zia Marì (sorella da parte di mamma, nonché madre di Monsignor Gianni Carzaniga, Canonico della Basilica di Sant’Alessandro in Colonna) per imparare l’arte della sartoria, creando vestiti per se stessa e per le amiche.  

«Ho sempre amato il bello: così, nacque AnnaVì, il mio negozio, in via Sant’Orsola. Ne ero talmente fiera! Decisi di chiuderlo nel 2003, perché l’azienda di uno dei miei fratelli attraversava un momento di difficoltà e ritenni giusto correre in suo aiuto». 

In quelle decadi, Anna Valtellina era diventata un personaggio per chi frequentava i salotti bene della Città dei Mille. «Mi sposai a 27 anni – tardissimo per l’epoca – e, ancor peggio per la morale di allora, divorziai dopo diciannove». 

Uno spirito libero e anticonformista, la cui fama riecheggia a distanza di mezzo secolo. Basta chiedere in giro per sentire narrare dai suoi coetanei le gesta al volante di quella bella signora che andava a tutto gas con la sua leggendaria Lancia Fulvia (dotata di motore Ferrari): adorava guidare e amava la velocità; al punto che arrivò persino a fondere il motore (interpellata, la diretta interessata preferisce rispondere con un sorriso e cambiare argomento).  

GLI INCONTRI IMPORTANTI  

Ma torniamo ad AnnaVì: perché fu proprio in quegli anni che si scrissero le prime pagine di un cammino di cittadinanza attiva che l’ha condotta, a distanza di tre decadi, ad ottenere la benemerenza.  

In quel periodo, infatti, Anna approfondì la conoscenza di una persona per la quale spende, a più riprese, parole di gratitudine e affetto: il Cavaliere del Lavoro Daniela Gennaro Guadalupi, una delle figure più carismatiche e impegnate nel sociale della Bergamasca, nonché fondatrice, nel 1993, e presidente (fino al 2024) di ARMR ETS – Aiuti per la Ricerca sulle Malattie Rare (oggi, a raccogliere egregiamente la sua eredità alla guida della fondazione c’è la figlia, Vittoria Guadalupi)) 

«Daniela è una donna amorevole, che mi ha ammaliato per le tante qualità umane che possiede. Ho sposato da subito la causa di ARMR e in tutti questi anni di collaborazione non c’è mai stata una volta in cui non fossi d’accordo con lei: è un essere illuminato, che vede le cose prima degli altri. Fin da subito, mi ha dato carta bianca: ho cercato di seguire le sue orme. È stata il mio faro, la mia luce: lo è dal 1993», spiega, con vivida ammirazione. 

Inevitabile, nel ripercorrere una biografia colma di incontri, volti e storie, imbattersi in dolorosi addii. Come quello a don Fausto Resmini, cui Anna era legatissima («un grande uomo, capace di divenire l’ultimo tra gli ultimi),  e Mauro, il compagno di una vita. A distanza di pochi mesi da quel lutto, lo scorso novembre, ha dovuto dire addio anche alla sua “piccolina”, come continua a chiamarla: la sorella Franca – quindici anni minore di lei – mancata all’improvviso.  

 
«Vede che contraddizione? Io, che sono nata con gli occhi aperti, mi sono ritrovata a dover chiudere le palpebre di quasi tutti i miei cari», mormora con un filo di voce, senza smarrire quel sorriso gentile che sembra cucito sul suo viso. 

«Ma ora basta parlare di me. Come le ho premesso, non ho nulla di speciale da raccontare. Non se ne è accorta? Ribadisco: sono una persona come tante. Cosa ho fatto di speciale? Niente. Semplicemente, non mi sono voltata dall’altra parte. Ho fatto ciò che andava fatto. Gesti spontanei, che mi sono venuti. Perché così mi ha insegnato papà». 

Rossella Martinelli