Suraci, il Garibaldi della radiofonia che ha unito l’Italia a suon di musica
Da 40 anni è il Re Mida dell’FM: il patron di RTL 102.5 racconta una storia di intuizioni, debiti, colpi di genio, talenti lanciati. Il segreto? Una parola che lo guida fin da bambino: “FAME”
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Quando gli si chiede come gli piacerebbe essere ricordato nelle storiografie dedicate alla radio italiana, risponde con modestia: «Vorrei si scrivesse che sono stato una persona seria».
Eppure, alle sue spalle campeggia un articolo a tutta pagina di qualche anno fa, in cui viene definito “L’uomo che ha fatto l’Unità d’Italia” (connettendo lo Stivale da Nord a Sud sotto un’unica frequenza: primato di cui nemmeno la Rai può far sfoggio).
Titolo perfetto anche per un’autobiografia (paradossalmente mai data alle stampe, benché la sua storia sembri uscita da un romanzo).
In alternativa, quel libro potrebbe chiamarsi “Stativi famati, stativi scunchiuruti”: siate affamati.
Perché, ben prima del leggendario «Stay hungry, stay foolish» (che Steve Jobs pronunciò nel 2005 davanti ai neolaureati della Stanford University), i coniugi Suraci – due dipendenti postali che tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta facevano la spola tra Alzano Lombardo e Vibo Valentia, a seconda di dove vi fosse necessità – ripetevano come un mantra ai loro figli che nella vita era necessario «Avire fami».
Una lezione di cui il primogenito Lorenzo – il Re Mida della Radio – ha fatto e continua a fare tesoro.
Suraci è l’uomo che, ciclicamente, detta tendenza nel mondo della radiofonia: e gli altri – com’è, come non è – lo copiano.
Fondatore e presidente dell’unica radio nazionale indipendente da gruppi editoriali (dotata di una propria concessionaria pubblicitaria). La sola sintonizzabile – da Canicattì a Domodossola – sulla leggendaria frequenza 102.5.
La prima emittente privata ad annoverare una redazione giornalistica (1990), a puntare sulla radiovisione (2001), a dare la possibilità agli ascoltatori di mandare gli SMS in onda in tempo reale (2002). La prima a lanciare la moda degli “eventi – concerto” (2017): rendendo, di fatto la due giorni all’Arena di Verona di “RTL 102.5 Power Hits Estate” e “Radio Zeta Future Hits Live” l’appuntamento che ha raccolto l’eredità del Festivalbar.
E pensare che questo impero ebbe inizio agli albori degli anni Ottanta, per promuovere una discoteca di provincia: il Capriccio, di cui Lorenzo Suraci era socio.
Per pubblicizzarla rilevò le frequenze di una piccola emittente locale – Radio Trasmissione Lombarde – trasferendone gli studi ad Arcene.
E così, 40 anni dopo, RTL 102.5 – la radio più ascoltata d’Italia – è a capo di un gruppo che comprende altre due emittenti (Radio Zeta e Radiofreccia) e raggiunge ogni giorno 9 milioni di persone. Il segreto alla base del successo?
«A fami». «Vede, io sono nato affamato – esordisce Suraci –. Non lo dico tanto per dire: da ragazzino, sognavo di sposare la figlia di un macellaio, essendo cresciuto in una famiglia di impiegati postali, in cui il 20 del mese si iniziava a fare il conto alla rovescia per arrivare al 27, giorno della paga di mamma e papà. Fu proprio questa fame a spingermi, fin da subito, a non stare con le mani in mano ed escogitare modi per racimolare qualche soldino. Ad esempio, ai tempi del liceo, fui la mente dietro a un evento epocale, di cui scrisse persino la Gazzetta dello Sport: organizzai, a Vibo, la prima partita di calcio femminile che vedeva contrapposte le studentesse del classico a quelle dello scientifico. Era il 1970: fece notizia».
Quest’anno “RTL 102.5 Power Hits Estate” festeggia una decade: dal 2017, infatti, ogni inizio settembre, decretate la canzone vincitrice della bella stagione, in una Arena di Verona che segna perennemente sold out. Vi hanno copiato tutti.
«Anche RTL 102.5 Power Hits Estate è nata per questa fame atavica, insaziabile, che porto dentro sin da allora. Una voracità che mi spinge a ideare, creare. Gli altri scopiazzano? Pazienza, ne prendo atto. Un tempo le radio di riferimento erano una ventina: ora, con le nuove piattaforme, ce ne sono centinaia di migliaia. È una lotta, pure a livello di raccolta pubblicitaria. Ma io continuo a inventarmi cose: proprio in virtù di quell’appetito che non mi abbandona».
La forza della radio?
«La voce: ti entra dentro, ti fa compagnia, ti coinvolge. È uno strumento intramontabile».
A farla riflettere sul potere della radio e della voce fu suo padre: prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale.
«Visse sulla sua pelle l’epoca in cui la voce radunava le masse e, al contempo, alcune stazioni trasmettevano notizie e messaggi in codice per la Resistenza».
I suoi genitori sono riusciti a vedere quanta strada ha fatto?
«No. Hanno vissuto la fase in cui avevo la discoteca – che comunque era diventata una istituzione, al punto che ogni fine settimana arrivavano autobus stipati di gente da Sicilia e Calabria – ma non l’exploit di RTL 102.5».
Come ha conosciuto sua moglie, Silvana, a suo fianco da una vita?
«Era il 1978. Dopo un periodo in cui lavoravo moltissimo, decisi di fermarmi stabilmente a Bergamo: la conobbi e me ne innamorai. Era impiegata da un commercialista. In famiglia è lei che gestisce le finanze: io non so nemmeno dove sia la nostra banca!»
Per 20 anni è andato di Provincia in Provincia per acquistare la mitologica frequenza 102.5: concludendo, in prima persona, 200 trattative con 200 interlocutori diversi. Solo un uomo dotato di caparbietà calabro-bergamasca poteva riuscirci.
«E tutto nacque a Bergamo».
«Non sono mai stato dipendente dalle banche. Sa perché? Per la fame e la mentalità da postale che deriva dai miei genitori: arrivi al 20 del mese e sai che, per sette giorni, devi riuscire ad andare avanti»
Avevo la discoteca, ma parallelamente continuavo l’attività di agente teatrale e di spettacolo. Mi chiesero di organizzare il GIO1, la festa dei giovani della DC: una manifestazione memorabile, per quel tempo. Raccontai a un amico politico il mio desiderio di fondare una radio: volevo fosse appoggiata su un’unica frequenza e priva di pubblicità. Fortunatamente – considerata la fine che fece la Prima Repubblica – non chiesi né ricevetti aiuti dai partiti. Sempre in quegli anni, insieme a Cesare Bortolotti, realizzammo qualcosa di epocale: portammo i Pooh e Claudio Baglioni allo stadio di Bergamo, che fino ad allora era stato ad uso esclusivo dal calcio».
Quale è stata la decisione più rischiosa che ha preso in questi 40 anni?
«Contrarre miliardi di lire di debiti, all’inizio: non sapevo più da che parte girarmi. Così chiesi un colloquio al mio amico Renato Ravasio, direttore di Cariplo; gli esposi il problema e mi disse: “Lorenzo, incomincia a non fare il fenomeno, quello che paga subito tutto. Scadenza a seconda di come saldano gli altri”. Grazie a quel prezioso consiglio, nel giro di qualche anno i conti tornarono. Non solo: da quella lezione, non sono mai stato dipendente dalle banche. Nemmeno ora. E sa perché? Sempre per la fame e per quella mentalità da postale: arrivi al 20 del mese e sai che per sei, sette giorni, devi riuscire ad andare avanti. Un insegnamento prezioso: post Covid la raccolta pubblicitaria è calata, ovunque, bisogna saper fare bene di calcolo».
Fu suo padre, del resto, a insegnarle che “i debiti portano salute”.
«Con i primi soldi mi obbligò ad acquistare un appartamento a Bergamo, in via XXIV Maggio. I debiti non mi hanno mai fatto paura: lui mi diceva che rappresentavano un motore. Anche con la radio, inizialmente, ero in passivo: poi, però, il mio direttore di banca in Borgo Palazzo, Achille Premoli – una persona splendida, così come lo è il commercialista che mi segue dal sempre – mi suggerì che era meglio non averne. Pensi che mi hanno chiamato persino dal Vaticano per far parte di una commissione il cui fine era sistemare i bilanci».
Il Vaticano?
«Papa Francesco voleva capire come mai Radio Vaticana fosse sommersa dai debiti. Chiesi al Cardinal Versaldi: “Quanto vi costa la radio?”. “50 milioni”, replicò. “E quanti ne incassate?”; e lui: “Dieci dallo IOR”. Al che risposi: “Sua Eminenza, qua allora serve un miracolo di Gesù Cristo!”. In quegli anni, il Vaticano spendeva moltissimo in posta: erano gli albori di internet e, di conseguenza, delle email. Nella relazione che ne seguì, io e don Dario Viganò suggerimmo un utilizzo sempre maggiore delle email e dei social network, per comunicare con i fedeli: perciò mi sento di aver un piccolo merito se oggi il profilo Instagram del Pontefici, “Pontifex” è diventato il canale ufficiale che il Santo Padre utilizza per rivolgersi ai cristiani. Sono stato in un paio di occasioni a mangiare a Santa Marta, intravedendo Papa Francesco: l’ultima volta che lo incontrai, nel 2020, ero con J-Ax e i The Kolors».
A proposito dei The Kolors: lei ha contribuito alla loro affermazione. Del resto è stato il primo a credere in Laura Pausini, Gianluca Grignani, Giusi Ferreri, Francesco Facchinetti, Modà, Noemi, Alessandra Amoroso, Zero Assoluto.
«Un percorso che, sul piano umano, mi ha portato anche qualche delusione: capita, quando ci si imbatte in persone furbe. Più furbe che intelligenti, direi. Come scorgo in loro l'”X-Factor”? Sono coincidenze. I Modà me li fece ascoltare Lina Pintore – la mia collaboratrice – e capii il loro potenziale, benché avessero uno stile antico: con loro abbiamo riempito gli stadi, pur avendo la stampa contro. La più sottovalutata? Bianca Atzei: una ragazza con una voce pazzesca, bella, con presenza scenica».
Che musica le piace ascoltare?
«Tutta: da Tenco a Samurai Jay. Siamo stati la prima radio a trasmettere il suo pezzo».
Canzone preferita?
«Non ne ho: sarà che, ormai, li conosco tutti e mi piace ascoltare qualsiasi cosa. E dire che sono di quella generazione costretta a crescere con Claudio Villa e Nilla Pizzi: non immagina che boccata d’aria fresca fu l’avvento dei Beatles, Morandi o Little Tony!».
Quali cantanti o generi le hanno fatto scoprire i suoi tre nipoti preadolescenti – Lorenzo, Pietro e Mattia – figli di Marta?
«Sono io che faccio conoscere le novità! Lo stesso fa il papà (Fabio Marcantelli, produttore esecutivo degli “RTL 102.5 Power Hits Estate”). Ascoltano qualsiasi tipo di musica – pop, classica, rap, jazz – e frequentano il backstage dei concerti fin da quando sono nati. Mi piace stare con loro, a parte quando mi chiamano “nonno”: lì, un po’ mi girano. Ognuno suona uno strumento diverso. Quello che mi somiglia di più è Mattia: infatti gli dico che è un terrone».
Quale sarà la canzone dell’estate 2026?
«Credo che sarà ricordata come l’estate con il maggior numero di belle canzoni: ce ne sono davvero tante di livello. Cito, ad esempio, il pezzo di Biagio e Juli, “L’ultima canzone”, quello di Geolier, Madame, il duetto tra Angelina Mango e Marco Mengoni, Tredici Pietro».
Da poco è stato nominato vicepresidente di Confindustria Radio e TV. Siete, di fatto, un’azienda energivora, considerati gli enormi costi dei ripetitori.
«Per noi l’energia è la voce più pesante. A livello di associazione portiamo avanti battaglie, avanziamo proposte, ma spesso si ha l’impressione che chi dovrebbe ascoltarci, faccia orecchie da mercante. Perché siamo grandi, però piccoli».
La sera va ancora a letto con una cuffietta sintonizzata su RTL 102.5 e un’altra sulle frequenze Radio Zeta?
«No, ho smesso. Zeta ormai è cresciuta e RTL 102.5 è l’ammiraglia. Mi addormento con le cuffiette, che poi regolo e sposto durante tutta la notte, a seconda delle posizioni che assumo nel sonno».