Piazzaballa: «Gaza è un disastro, i topi mordono i bambini»

Ricevendo il premio “Limes per la pace”, il patriarca di Gerusalemme racconta una guerra che continua nel silenzio del mondo. «Servono medicine e aiuto psicologico»

Piazzaballa: «Gaza è un disastro, i topi mordono i bambini»
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A Gaza si continua a morire. Si continua a morire nel silenzio assordante di un mondo che sembra aver già voltato pagina, mentre i riflettori dei telegiornali si spengono e l’attenzione mediatica si riduce a un rumore di fondo. La “tregua”– il fragile accordo del 10 ottobre 2025 – non ha dato i frutti sperati, né ha giustificato quel sollievo effimero festeggiato nelle cancellerie internazionali. Il Cardinale Pizzaballa non ha dubbi quando dice che la situazione è un disastro, perché lui lo sa bene. Perché la guerra non si esaurisce nel boato delle bombe; il conflitto striscia nel quotidiano dei sopravvissuti a un massacro che va avanti da decenni, abita nei corpi e nelle menti di chi non ha più nulla. Interi quartieri sono ridotti a distese di detriti, la dignità umana è costretta a sopravvivere tra le fognature a cielo aperto e, in mezzo a questo inferno, ci sono i più piccoli. Tantissimi bambini che corrono e giocano scalzi tra le tende di plastica, rincorrendosi in un’infanzia negata, dove il fango e la polvere sostituiscono i cortili.

C’è bisogno di medicinali, certo, ma serve anche assistenza psicologica per curare i traumi. È da questo epicentro di dolore che proviene la testimonianza di chi non ha mai smesso di tessere fili di speranza. Il 29 giugno, a Bergamo, Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ricevuto il Premio Limes per il Dialogo e la Pace, giunto a pochissimi giorni di distanza dalla sua ultima visita nella Striscia, avvenuta il 22 e il 23 giugno scorsi. «Gaza è un disastro» ha sottolineato il Cardinale senza mezzi termini in un fitto dialogo con il direttore di Limes, Lucio Caracciolo. Ripercorrendo i passi della sua missione – compiuta insieme a Teofilo III, Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme – lo sguardo del porporato ha restituito una fotografia apocalittica: «Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah, semplicemente, non esiste più».

Per comprendere la complessità del ministero di Pizzaballa, è necessario guardare alla geografia della sua diocesi, un mosaico ecclesiale che si estende su quattro territori profondamente diversi: Israele, Palestina (Cisgiordania e Striscia di Gaza), Cipro e Giordania, quest’ultimo l’unico con confini chiaramente definiti. Questa imponente frammentazione è gestita attraverso sei vicariati, tra cui ne spicca uno di cui i media internazionali non parlano quasi mai, ma che rappresenta uno specchio fedele delle profonde trasformazioni sociali in atto: il vicariato dei lavoratori stranieri. In Israele risiedono oggi oltre centomila lavoratori migranti, giunti per sostituire la manodopera palestinese. Gli israeliani, infatti, non vogliono più impiegare questi ultimi, provocando una paralisi economica catastrofica per la popolazione locale, privata di ogni mezzo di sussistenza. Al loro posto, i filippini sono impiegati come badanti, mentre i cinesi e i thailandesi portano avanti il lavoro nei cantieri edili e nei campi. Si tratta di una massa silenziosa di fedeli che ridefinisce i contorni della Chiesa locale, inserendosi in un contesto già esasperato dalle divisioni economiche e politiche. Questa pressione riflette inevitabilmente ciò che sta accadendo a Gerusalemme, che sta cambiando fisionomia a una velocità sorprendente. Le mutazioni ridisegnano i confini interni, sia ideologici che urbanistici.

Il dialogo tra il Cardinale Piazzaballa e Lucio Caracciolo (Foto di Mario Rota)

Il Cardinale risiede nella Città Vecchia, all’interno del Quartiere Cristiano, e fotografa così i cambiamenti in atto: «Fino a tre anni fa era raro vedere ebrei girare per i nostri vicoli, ora sta diventando normale. Non è un male, ci mancherebbe, ma fa capire come muta la demografia, fa comprendere perché ci sono più scontri tra le diverse credenze». Mentre la popolazione araba frena e i cristiani diminuiscono, si assiste a una vigorosa espansione della componente ebraica, in particolare di quella religiosa e nazionalista. A questo proposito, Lucio Caracciolo richiama il concetto della divisione in “quattro tribù” della società israeliana – avanzato nel 2015 dall’ex presidente Reuven Rivlin – per descrivere un Paese frammentato tra sionisti laici, nazionalisti religiosi, arabi israeliani e ultraortodossi (haredim). Proprio la forte crescita demografica di questi ultimi, che spesso non riconoscono lo Stato di Israele, «sta alimentando una situazione di incertezza nella società israeliana, parallelamente al fatto che Israele continua a sentirsi accerchiato dai Paesi arabi. È anche questo a determinare le scelte di Israele» osserva Pizzaballa. Di fronte a questo scenario, negli ultimi anni, la Gerusalemme araba e cristiana ha preferito tenere fermo lo status quo nei confronti della Striscia e della Cisgiordania. Una scelta operata, come spiega il Patriarca, «non per mancanza di solidarietà, ma per difendere quel poco che resta del carattere di Gerusalemme, perché siamo tutti consapevoli che il cuore di tutto è lì».

Se nella Città Santa la tensione si gioca sul piano dell’identità, a Gaza la realtà è quella di un annientamento materiale completo. Dopo aver percorso l’area a fine giugno, Pizzaballa descrive uno scenario che le immagini televisive non riescono minimamente a restituire. «Le fotografie non rendono gli odori. Una delle piaghe più presenti sono i topi, i topi che morsicano, una situazione igienica terribile». Sebbene attualmente sia permesso l’ingresso di una modica quantità di generi alimentari, quasi tutto il resto rimane severamente proibito. «Adesso entra un po’ di cibo il resto è vietato, tutto ciò che Hamas potrebbe usare viene sequestrato, come i banchi di scuola, le matite, i chiodi. Non ci sono molti medicinali negli ospedali che ne hanno estremo bisogno. Manca il vetro, mancano le finestre». Poi c’è la Gaza invisibile, quella sotterranea dei tunnel dove i generali di Hamas si annidano. «Hamas controlla ancora la Striscia di Gaza – precisa il Patriarca – ha ancora il controllo, seppur indebolito». L’elemento visivo più doloroso resta la moltitudine di bambini che affollano le strade, visibilmente sporchi, costretti a muoversi in mezzo ai reflui delle fognature. Le strutture scolastiche ancora funzionanti si contano sulle dita di una mano. Interpellato sulle prime necessità, Pizzaballa ha spiegato che i colloqui sul campo hanno svelato un’emergenza ancora più profonda: «Parlando con alcune persone volevo organizzarmi per portare medicinali e così via, che assolutamente servono, ma poi è saltato fuori che servono persone preparate per aiutare i bambini e i loro traumi: il supporto psicologico».

Spostando lo sguardo sull’altro fronte della frammentazione palestinese, emerge il nodo drammatico della Cisgiordania, un territorio di cui i canali d’informazione parlano in modo frammentario e confuso, specchio di una realtà altrettanto complessa. In queste terre, denuncia il porporato, «non vige la legge e, se c’è, non è fatta per i palestinesi. Ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane». Questa violenza si alimenta dell’impunità dei responsabili: «Spesso chiamiamo l’esercito israeliano, l’Idf, affinché intervenga per placare i coloni, ma quando arrivano sono già andati via, come se qualcuno li avesse avvisati per tempo, e così l’Idf finisce per prendersela con noi». Il rapporto tra la popolazione della Cisgiordania e Hamas rimane fluttuante e ambiguo: l’orrore di quanto accaduto a Gaza ha spaventato una parte consistente della società civile, «ma non tutti – precisa Pizzaballa – c’è chi crede che l’unico modo per trattare con gli israeliani sia usare il loro stesso linguaggio, anche se avremo delle perdite. Siamo sempre in un ambito molto fluttuante. Il dramma è non avere dei riferimenti chiari a cui affidarsi». Un vuoto causato anche dal totale collasso dell’Autorità Palestinese: «Ha perso la credibilità. Ha commesso tanti errori sicuramente. Ma è l’unico elemento riconosciuto di legittimità del popolo palestinese».