L’AMORE PER LA RECITAZIONE, LE CENE DALLA GIULIANA, GLI ANNI DEL MASCHERONI E IL TIFO PER LA DEA: GIORGIO MARCHESI SI RACCONTA
In occasione del debutto orobico con un Pirandello da sold out, l’attore bergamasco ripercorre la sua carriera
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Aveva dell’incredibile che in quasi trent’anni di carriera e una teatrografia che sfiora le quaranta pièce, il bergamasco Giorgio Marchesi, 51 anni – uno dei più noti attori italiani, protagonista di fiction di successo – non fosse mai stato ospite di una stagione teatrale istituzionale nella sua città d’origine.
Nemo propheta in patria? Tutt’altro. Al punto che non sono bastate le cinque recite previste al Teatro Sociale (tre matinée e due serali) per accontentare quanti speravano di assistere al suo adattamento de “Il fu Mattia Pascal”, pietra miliare della produzione pirandelliana (inserito dalla Fondazione Teatro Donizetti nel calendario di “Altri Percorsi”).
Un Pirandello moderno e attualizzato, ben lontano dalla visione polverosa comunemente associata ai grandi classici della letteratura. Merito di un certosino lavoro di cesellatura (effettuato insieme a Simonetta Solder, attrice nonché moglie di Marchesi) finalizzato a cogliere l’essenza del testo, per renderlo fruibile a un pubblico il più vasto possibile (come le scolaresche che, infatti, hanno affollato le repliche mattutine).
Ciliegina sulla torta, la drammaturgia musicale creata ad hoc con Raffaelle Toninelli, capace di dare un tocco di avanspettacolo americano alla messinscena.
Insomma: tra parole, musica, luci e una cospicua dose di gigioneggiamenti, “Il fu Mattia Pascal” di Marchesi merita l’hype che lo circonda. Esagerati? Affatto.
«Portiamo in giro questo spettacolo dal 2021. Ogni anno pensiamo di fermarci ma, puntualmente, arrivano richieste da tutta Italia per la stagione successiva», racconta.
Qual è il segreto del successo del suo “Il fu Mattia Pascal”?
«Credo risieda nella capacità di funzionare con pubblici molto diversi: il mio obiettivo era che il testo potesse risultare fruibile a tutti – dallo studente al panettiere – non soltanto a una élite. Direi che ha funzionato, perché succede spesso che, alla fine della rappresentazione, qualcuno mi dica: “Oh, finalmente ho capito di cosa parla il Mattia Pascal!”. Per me, non esiste complimento migliore! Così, capita che ci richiamino in luoghi in cui ci siamo già esibiti, ci chiedano di aggiungere date, o di andare dove non siamo mai stati».
Ad esempio, Bergamo. Come è possibile che solo ora Giorgio Marchesi abbia debuttato in una stagione teatrale a casa propria?
«Le ragioni sono molteplici. In primis, il fatto che le grandi produzioni teatrali richiedano una programmazione che va fatta con un anno di anticipo: difficile da conciliare con la serialità televisiva, le cui riprese tengono occupati per mesi. Pertanto, mi concentravo su titoli di “teatro off”, rimanendo stanziale a Roma, poiché ero libero in pochi frangenti. In fin dei conti, anche questo adattamento è nato come una produzione privata e agile (firmata Teatro Ghione, ndr): siamo in quattro, calcolando i due tecnici. Sono contento di essere arrivato a Bergamo in questo momento: per giunta con uno spettacolo tutto mio».
Da ragazzo ha vissuto accanto al Teatro Sociale. Le avrà fatto effetto tornarci in veste di attore.
«Abitavo di fronte all’entrata degli artisti: varcare quella soglia ha fatto affiorare moltissimi ricordi. All’epoca il Sociale era uno spazio espositivo: un luogo che amavo per il suo aspetto decadente, poetico. L’intervento di restauro è stato impeccabile: mi piace che si possano ammirare l’antico tetto e il camino. Tornarci è stato catartico».
“Il fu Mattia Pascal” – imperniato sullo sdoppiamento tra Mattia e Adriano Meis – è un’opera attualissima, pur essendo stata scritta nel 1904. Oggi, con i social, ognuno di noi ha a che fare con una moltitudine di identità virtuali.
«Confesso di avere un grosso problema con la comunicazione digitale: non ho né Facebook, né X, giusto Instagram, che utilizzo con estrema parsimonia, a differenza di tanti miei coetanei. Mi impongo di pubblicare qualcosa dopo ogni rappresentazione, per ringraziare il pubblico, ma seguo pochissime persone e non guardo mai le storie: mi sembra di sbirciare dal buco della serratura».
Tre delle cinque recite bergamasche – trattandosi di matinée – sono state caratterizzate dalla grande affluenza di giovanissimi, grazie al lavoro preliminare sul testo che la Fondazione Donizetti ha svolto nelle scuole. Sembra fantascienza, ma posso testimoniare di non aver intercettato nessun diciassettenne sbirciare il cellulare durante l’ora e un quarto della rappresentazione.
«Sono rimasto colpito dai ragazzi di Bergamo: li ho trovati molto preparati, educati, solidi; capaci di interventi e osservazioni efficaci, sicuri di sé e delle loro scelte. E dire che noi adulti spesso ce li immaginiamo smarriti. Faccio pubblica ammenda: io, alla loro età, non ero affatto così. Ho capito cosa volessi fare da grande a 24 anni: fino ad allora, mi era chiaro soltanto cosa non volessi».
Le hanno chiesto consigli su come diventare attori?
«Qualcuno mi ha fermato fuori dal teatro, altri mi hanno scritto. Do sempre la stessa risposta: “Provateci!”. È l’unica via per capire se una cosa piaccia davvero. La recitazione deve innanzitutto divertire: non bisogna puntare alla fama o al denaro, perché potrebbero non arrivare mai. Del resto, è un mestiere fatto di alti e bassi».
Quando nacque, in lei, il sacro fuoco della recitazione?
« I compagni delle elementari mi raccontano che, a quei tempi, facemmo una recita e a me fu assegnato il ruolo del protagonista: eppure, ho un vuoto totale a riguardo. Ricordo bene, invece, che intorno ai 12 anni, dissi a mia madre che avrei voluto frequentare una scuola di recitazione, ma non se ne fece nulla. Avevo il pallino delle imitazioni, che continuò anche negli anni del liceo: eppure, ero troppo timido per contemplare l’idea di esibirmi in pubblico. Poi, a 23 anni, mentre vivevo a Padova e frequentavo un corso di inglese alla Camera di Commercio, mi iscrissi a un seminario per attori. Da allora, non ho più smesso».
A proposito degli anni delle superiori: a una delle matinée orobiche hanno assistito alcune classi del suo vecchio liceo, lo scientifico Mascheroni.
«Oggi lo frequenta mio nipote: è stata una bella sorpresa scovarlo tra il pubblico. Conservo degli splendidi ricordi del Mascheroni: era un istituto estremamente attento e aperto al mondo, a tutto ciò che accadeva, anche a livello artistico. Ogni anno veniva organizzata una settimana con un focus sulle arti: a distanza di tre decadi, mi capita di ripensare a quanto fu emozionante assistere all’esibizione di Fabio Treves o all’incontro con un Ligabue agli esordi. Credo sia fondamentale che la scuola sappia aprirsi verso l’esterno: perché, al di là dei voti e dello studio, deve educare al bello, arricchendo gli studenti anche attraverso esperienze di questo tipo».
Gioverebbe assai – in termini di autostima e sviluppo emotivo – che, fin dalla primaria, il piano dell’offerta formativa contemplasse un paio di ore di recitazione.
«Sfonda una porta aperta: bisognerebbe seguire l’esempio degli istituti anglosassoni, che integrano le lezioni di “Drama” all’interno dell’orario curricolare. Ancor più in un mondo come quello di oggi, in cui tutto passa attraverso il filtro dei video. Faccio parte del direttivo di UNITA (unione nazionale interpreti teatro e audiovisivo) un’associazione che – interfacciandosi con il Ministero – aveva promosso un progetto per far sì che i docenti utilizzassero tecniche teatrali e cinematografiche per l’insegnamento delle loro materie. Un’iniziativa durata due anni: poi si è arenata. Continuo ad esserne un sostenitore: sono convinto che non solo renderebbe più interessante l’apprendimento, ma agevolerebbe anche le relazioni tra compagni. Ecco perché ho profondamente apprezzato il lavoro che Maria Grazia Panigada ha portato avanti nelle scuole di Bergamo».
I suoi figli, Giacomo, 19 anni, e Pietro, 12 anni, hanno deciso di seguire le orme dei genitori, entrambi attori?
«Li ho tenuti a lungo lontani dai set, perché temevo patissero l’avere un papà conosciuto: desideravo avessero una vita normale. Sono un attore, ma non amo atteggiarmi a tale: il mio è un mestiere, magari un po’ diverso da altri. Crescendo, li ho resi più partecipi: hanno visto un paio di volte “Il fu Mattia Pascal”. Nell’ambito della tournée di Bergamo, inoltre, ho pensato di unire l’utile al dilettevole e portare con me Giacomo, che frequenta l’università. Mi piaceva che capisse come funziona il dietro le quinte. E, poi, c’era anche una partita dell’Atalanta…».
Quando torna a Bergamo quali rituali ha, oltre ad andare dalla Giuliana?
«Beh la Giuliana è un’istituzione: è troppo simpatica ed è la tappa fissa ogni volta che torno. Ci ho portato la compagnia anche in occasione de “Il fu Mattia Pascal”: sono rimasti entusiasti. Altre abitudini? Camminare da solo, in Città Alta. Amo arrivare fino alla Rocca, soprattutto quando è buio: le mura sono foriere di pensieri. Quando mi ritrovo al loro cospetto e -immerso nel silenzio – scorgo lo skyline di Milano, è come se vedessi il mondo dall’alto: all’improvviso, tutto si fa piccolo e ogni cosa si presenta sotto un nuovo punto di vista».
Di recente ha condiviso il rammarico di non sostenere provini per il cinema da parecchio.
«No, non è andata proprio così: in questo momento non penso al cinema, perché mi sono buttato a capofitto nel teatro, approfittando del fatto che i miei figli sono diventati grandi. La realtà è che, ormai, i film evento sono davvero pochi – non più di una decina l’anno – e i protagonisti sono sempre gli stessi. Tutti gli altri film sono concepiti per stare giusto qualche giorno in sala, per poi finire sulle varie piattaforme: a livello qualitativo, non si discostano dalla serialità, che negli ultimi anni è notevolmente cresciuta. Mi interrogo spesso su questo mestiere: ho il timore che l’intelligenza artificiale possa sostituire drammaticamente gli attori in carne e ossa. Speriamo che almeno il teatro regga, così da permettere a noi essere umani di continuare ad incontrarci».
Rossella Martinelli