«LA LEGGE SULL’AUTONOMIA? LA DEDICHERÒ A MIO NONNO. RIDO, SE RIPENSO ALLE “CALDEROLATE”»
Il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, fa un bilancio dei primi due anni di Governo. «Sono soddisfatto. Peccato, però, non essere stato eletto presidente del Senato. Ma la mia vera vittoria è aver sconfitto il tumore»
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Sono passati due anni esatti dal giuramento di Roberto Calderoli come ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie della XIX Legislatura. Un ruolo già ricoperto in tre occasioni, in passato, per altrettanti Governi Berlusconi (ministro delle Riforme istituzionali e Devoluzione, nonché ministro per la Semplificazione normativa).
Bergamasco, classe 1956, laurea in Medicina e specializzazione in chirurgia maxillo-facciale (entrambe con Lode),Calderoli è ininterrottamente in politica dal 1992: quattro volte vicepresidente del Senato, leghista della prima ora, un nome e un cognome indissolubilmente legati alla storia coeva del nostro Paese. Al punto che, in suo onore, la Treccani ha persino coniato un neologismo: “calderolata”. «Quella di cui vado più fiero? Beh, ho adorato tutte le volte che – con una mia furbata – ho fatto cadere qualche Governo dell’opposizione. Ricordo esattamente il giorno in cui l’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, venne in aula al Senato. Presi la parola: “Mi fa piacere vederla, presidente, perché immancabilmente, quando lei si presenta qui, il suo Governo va a casa”. E così fu. Le mie risoluzioni facevano sì che – a prescindere che loro votassero sì, oppure no – andassero sotto. Dopo un po’ hanno imparato il trucco, ma inizialmente non sapevano più a che santo votarsi. Per me era una questione di “Win or win”: qualsiasi decisione prendessero, avremmo vinto. Certo: per preparare il trabocchetto perfetto, dovevo rimuginare parecchio», ricorda, sghignazzando.
Ministro, un bilancio di questi due anni?
«Complessivamente sono soddisfatto: sia del mio Ministero, che del Governo. Il mio dicastero deve attuare il principio della leale collaborazione tra Stato e Regioni, Comuni e Province. In due anni abbiamo convocato 110 conferenze unificate Stato-Regioni, affrontando 1100 provvedimenti e raggiungendo un’intesa per la quasi totalità, ad eccezione di sei casi. Tutte le disposizioni del Governo che abbiano un impatto sul territorio, passano da qui: compresa la ripartizione del fondo sanitario nazionale, che supera i 130 miliardi di euro. Si prendono decisioni importanti, che hanno una pesante ricaduta non soltanto sulle Regioni, ma anche sulla vita dei cittadini. A noi spetta anche il ruolo di verificare la costituzionalità delle Leggi regionali, entro 60 giorni: ne abbiamo esaminate 1200, con una percentuale di impugnativa che è crollata al 3,90%, rispetto ai numeri a due cifre del passato. Ciò ha portato a un risparmio di decine di milioni di euro di spese di giustizia, e soprattutto, per il cittadino, alla certezza del diritto. Abbiamo attuato un dialogo con le regioni, rispetto ai punti critici, modificando quelli che avrebbero portato a una impugnativa. Sono molto soddisfatto di questo strumento, introdotto dalla nostra legislatura».
Lo scorso 19 giugno è stata approvata alla Camera la Legge sull’Autonomia differenziata (poco prima di andare in stampa, la Consulta ha dato l’ok alla costituzionalità dell’autonomia, ma ha considerato “illegittime” sette specifiche disposizioni dello stesso testo legislativo, che dovrà ora tornare in Parlamento, ndr).
«Vede, la gente pensa che per noi tutto ruoti intorno all’autonomia, ma ci sono parecchie altre cose di cui sono orgoglioso. Un esempio? Il fondo per la montagna. Nel 2021, per la montagna c’erano zero euro, mentre oggi ci sono più di 200 milioni, ripartiti con un nuovo criterio; non più metà allo Stato, metà per Regioni e Comuni, bensì il 99,8% a Regioni e Comuni, e il rimanente 0,2% destinato allo Stato, che li utilizza per finanziare le borse di studio rivolte agli studenti iscritti alle cosiddette università di montagna. Finalmente, si è poi riflettuto su un paradosso: non è possibile che il territorio italiano sia montano al 35%, ma i Comuni montani più del 50%. Mi pare discutibile che Roma, Palermo, Bologna e Reggio Calabria venissero considerati “terreni parzialmente montani”, o che tra i criteri adottati per accedere o meno a questa categoria, fosse preso in considerazione l’aver subito un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. Ora il Senato discuterà i nuovi parametri, affinché alle zone che davvero ne hanno bisogno vengano garantiti i servizi essenziali: sanità, scuola, attività di impresa. Incentiveremo medici e insegnanti dal punto di vista economico, nonché di punteggio in graduatoria; elargiremo aiuti per il sostegno della natalità, l’acquisto della prima casa, lo smart working. L’obiettivo è che la montagna non si spopoli: trattenendo chi vorrebbe viverci e facendo tornare chi se ne è andato. Insomma: alle parole, abbiamo fatto seguire i fatti. A tutto ciò, aggiungiamo anche l’autonomia differenziata».
Un traguardo che ha dedicato a suo nonno, Guido.
«Fondatore del Movimento autonomista bergamasco: ok, non gli darò la gioia della provincia autonoma, ma un po’ di specialità, alle regioni, riuscirò a conferirla».
Quel fatidico giorno di giugno, a seguito dell’esito delle votazioni, dichiarò: “Mi tremano le gambe”.
«Sono stato membro e presidente della “Commissione paritetica dei Sei” di Bolzano: l’unico di lingua italiana. Non vedo perché un modello che ha portato quella provincia a essere la prima in termini di PIL pro capite, a livello nazionale, e tra le prime in Europa, non possa essere applicato anche ad altre regioni».
Il Fatto Quotidiano l’ha definita la “secessione dei ricchi”.
«Evidentemente, non hanno nemmeno letto la legge che, semmai, applica l’esatto contrario. Sono posizioni puramente ideologiche. Non basta avere le specialità: non è che il Trentino viaggi come la Val d’Aosta o la Sicilia. La questione non è legata soltanto alle competenze che si hanno: bisogna saperle gestire. Questa non è una secessione: è dire chi è bravo, o meno, ad amministrare. E credo che i cittadini abbiano il diritto di premiare gli uni, o penalizzare gli altri. Se tutte le volte si possono scaricare le colpe, finisce che nessuno si assume le responsabilità delle proprie capacità – o incapacità – di amministrazione».
Cosa ne pensa del terremoto che ha minato le basi del Ministero della Cultura?
«Ovviamente, ho conosciuto sia il ministro Sangiuliano, che il ministro Giuli. Non so se leggere il tutto in chiave di mero gossip o se vederci, invece, qualcosa di più grave. Mi sembra un minestrone di cose, tutte mischiate insieme».
Alla guida della regione Liguria si è insediato da poco Marco Bucci: per lei è una doppia vittoria, poiché il nuovo Governatore non è soltanto un esponente del centrodestra, ma anche un paziente oncologico, che sta lottando contro un male che lei stesso combatte da 12 anni.
«Il giorno prima del voto ero in Liguria, insieme a Matteo Salvini, per sostenere Bucci. Ho chiuso il mio intervento raccontando che, quando mi diagnosticarono il tumore, nel 2012, mi diedero poco tempo di vita: eppure, sono ancora qua. L’evoluzione della medicina, fortunatamente, fa sì che una patologia possa smettere di essere incurabile. Mettersi in pista per una campagna elettorale – tutta in salita – a pochi mesi dalla diagnosi di una neoplasia (ha un cancro metastatico alle ghiandole linfatiche del collo, ndr) è da pochi. Sono felice per la sua vittoria: a livello politico e umano».
E lei, ora, come sta?
«Io bene: tutti i controlli stanno andando per il meglio. Ovviamente, rimango sempre un sorvegliato speciale».
Lei è un esempio di come la tanto vituperata sanità pubblica non sia poi così male. Una clinica privata romana bollò come appendicite quello che, invece, era un tumore all’intestino cieco, con metastasi già in giro per il peritoneo.
«La sanità pubblica mi ha salvato. Dopo il primo, sfortunato, intervento, mi consigliarono di andare all’istituto oncologico Roussy di Parigi: ci lavorava uno dei massimi esperti mondiali, che aveva messo a punto una nuova tecnica per affrontare la carcinomatosi peritoneale. Mi disse che era necessario operarmi di nuovo: non essendo francese, avrebbero dovuto farlo privatamente, per un totale – includendo la riabilitazione – che sfiorava i 500mila euro. Aggiunse, però, che un collega di Padova – il professor Nitti – utilizzava la medesima metodologia: da allora ho subito otto interventi e, attualmente, sono in cura allo IOV (Istituto oncologico veneto). Il tutto, grazie al nostro sistema sanitario nazionale».
Quanto le è spiaciuto che il suo compagno delle medie, l’avvocato Andrea Pezzotta, non sia diventato primo cittadino di Bergamo?
«Moltissimo! Proprio in questi giorni, siamo arrivati alla sottoscrizione dell’intesa tra ferrovie e Comune per l’operazione dei sottopassi eliminati in quel di Boccaleone e la creazione delle passerelle. Ho pensato che fosse un peccato che, a realizzarlo, non ci fosse lui».
Perché Pezzotta ha perso?
«Credo abbia a che fare con il tessuto sociale di Bergamo città, che vede una penetrazione capillare, totale, del centro sinistra».
Cosa ne pensa dell’operato di Elena Carnevali?
«È troppo presto per giudicare. Ci siamo sentiti per la questione legata a Boccaleone; ci tengo a sottolineare che, qualsiasi cosa ci sia da fare per la mia città, io ci sono: a prescindere da chi la amministra».
Tra gli impegni professionali a Roma e la tenuta da sogno che si è comprato nel Monferrato, a Bergamo tornerà poco.
«Tutt’altro: cascasse il mondo, torno ogni venerdì sera e riparto la domenica sera. Io Città Alta non la mollo manco per sogno: con grande dispiacere di mia moglie! Vivo a cento metri dalla casa in cui sono nato».
La Lega, prima o poi, avrà un nuovo Umberto Bossi? Per un po’, si era pensato potesse eguagliarlo Matteo Salvini.
«Sono due persone completamente diverse, nonché figli di due periodi storici distinti. Non ha senso fare confronti tra di loro. Di personalità come Bossi, poi, ne nasce una ogni morte di Papa».
Come sta il Senatur?
«Sta bene. Ci sentiamo per telefono e, quando riesco, vado a trovarlo».
Una curiosità: ci si abitua mai a giurare come Ministro della Repubblica?
«Ci si emoziona sempre: forse, la volta in cui lo sono stato meno, è stata la prima. Sicuramente, il momento più forte di questa legislatura è stato mancare la presidenza del Senato».
Anche perché, a questo giro, lei era il candidato più papabile…
«Ma Giorgia Meloni disse: “O La Russa o nessuno”. Peccato: avevo studiato proprio per quello».
Rossella Martinelli