Disabilità, il futuro del Progetto di Vita

La Ministra Locatelli a Ponte San Pietro traccia la riforma: stop alle visite di rivedibilità e alleanze tra sanità e sociale.

Disabilità, il futuro del Progetto di Vita
  • Politica

Il welfare in Italia affronta una riforma strutturale non più rimandabile, spinta da oltre tre milioni di persone con gravi disabilità e da una platea ancora più ampia di cittadini limitati da barriere ambientali o patologie croniche. Da questa urgenza è partito il confronto dello scorso 3 luglio a Ponte San Pietro con la Ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, focalizzato sull’applicazione del Decreto Legislativo 62/2024. Il provvedimento punta a superare l’assistenzialismo monetario introducendo il “Progetto di Vita”, un modello mutuato dall’OMS che ridefinisce la disabilità non come mera condizione medica, ma come interazione negativa con il contesto sociale e culturale. L’obiettivo è unificare i percorsi burocratici per garantire risposte personalizzate e reale autonomia. Davanti agli amministratori locali e al Terzo Settore, l’incontro ha tracciato le linee guida di questo cambio di paradigma, affrontando anche i nodi complessi della transizione: dai tempi della messa a terra ai primi risultati, fino all’effettivo abbattimento della burocrazia territoriale.

La risposta all’interrogativo sul perché l’Italia avesse bisogno del Decreto 62 risiede nell’anacronismo delle nostre strutture sociali. «I sistemi di welfare attuali non funzionano più perché sono nati oltre mezzo secolo fa, modellati su una società, su servizi e sui bisogni profondamente diversi da quelli contemporanei» ha sottolineato la Ministra Locatelli. Oggi la sfida si sposta sull’autodeterminazione, partendo dai desideri e dalle scelte della persona per garantire il miglior percorso possibile. La rivoluzione del testo normativo risiede nello scardinamento della storica separazione tra mondo sociale e mondo sanitario. Per la prima volta, la legge introduce l’obbligo per i territori di dialogare e collaborare. In passato, la mancanza di una sponda istituzionale costringeva le famiglie a fare da ponte tra ospedali e servizi sociali. «Con questo cambio di paradigma, non si parla più di ‘gravità’ clinica o di casi, ma di persone», ha precisato Locatelli, spiegando che l’attenzione si sposta sull’intensità dei sostegni necessari. Sono le istituzioni a doversi muovere in maniera sinergica, sollevando il cittadino dall’onere di rimbalzare continuamente da uno sportello all’altro.

Il primo impatto tangibile tocca la semplificazione amministrativa, un fronte su cui il decreto interviene riorganizzando le commissioni di invalidità civile. L’attuale percorso burocratico prevede una frammentazione esasperante: fino a sette domande distinte, valutate da altrettante commissioni che rilasciano sette certificati differenti, spesso gravati dall’obbligo di rivedibilità, che costringe le persone a presentarsi ciclicamente davanti agli stessi organi per confermare patologie irreversibili. «Il nuovo assetto centralizza la fase della valutazione di base: basterà una sola domanda, esaminata da un’unica commissione, per ottenere un solo certificato definitivo senza più l’incubo delle visite di revisione» ha spiegato la Ministra, aggiungendo, per quanto riguarda i problemi tecnici emersi in questi mesi, che «la fase di sperimentazione ha proprio l’obiettivo di intercettare e risolvere prima dell’estensione del modello a tutte le province italiane».

Per sostenere questa trasformazione culturale, sono già stati formati diecimila operatori tra servizi sanitari e sociali. Il passaggio dal lavoro di sportello alla co-progettazione richiede un cambio metodologico che veda funzionari, famiglie e persone con disabilità collaborare allo stesso tavolo. Attraverso la Conferenza Stato-Regioni, il Ministero istituirà unità di supporto territoriali per accompagnare gli enti locali nell’attuazione pratica. La sinergia toccherà anche le competenze: il primo livello gestirà le linee guida nazionali, mentre le Regioni riceveranno fondi dedicati per la formazione di secondo livello, valorizzando la cooperazione con il terzo settore.

Il diritto all’autonomia non può prescindere dall’inclusione lavorativa, un ambito in cui i dati nazionali fotografano una discrepanza profonda. In Italia il tasso di disoccupazione generale è stimato intorno al 6,7%, di cui il 17% sono persone con disabilità. Per smentire il pregiudizio sulla presunta improduttività di questi cittadini, il Ministero ha promosso una modifica mirata alla Legge 112/2016 (nota come legge sul “Dopo di Noi”). All’attuazione del Progetto di Vita, l’agenda parlamentare affianca la risposta a un altro vuoto normativo storico: la legge per il riconoscimento e la tutela dei caregiver familiari, figura che l’Italia attende da ventuno anni. Il testo in discussione intende strutturare tutele previdenziali, assicurative e di sollievo per chi assiste un proprio caro, prendendo come punto di riferimento il modello D.A.M.A. (Disabled Advanced Medical Assistance). Nato per garantire percorsi ospedalieri accessibili alle persone con gravi disabilità intellettive e comunicative, il modello D.A.M.A. insegna che il servizio deve adattarsi al paziente e non viceversa, valorizzando il caregiver come parte integrante del percorso di cura.

«La vulnerabilità è una condizione che, direttamente o indirettamente, attraversa l’intera comunità e nessuno può chiamarsi fuori», ha concluso la Ministra Locatelli. Diffondere questi concetti significa strutturare un Paese più resiliente e accessibile per tutti, dove le istituzioni smettono di attendere il cittadino dietro un vetro e scendono in campo per garantire i diritti fondamentali.