Da Roma a Copenaghen. Le sfide di Giuliana Del Papa, nuova ambasciatrice italiana
Dalla Groenlandia all’Artico, passando per innovazione, ricerca e relazioni economiche: la diplomatica racconta una Danimarca sempre più strategica e il valore del dialogo in un mondo attraversato dalle crisi
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Concepisce la diplomazia come «l’arte di porgere una scala, per permettere all’altro di scendere». Perché, spiega: «è una definizione che fa riferimento all’essenza stessa di questa professione: gli accordi, il mantenimento di una convivenza pacifica. E spesso, quando si conducono dei negoziati, la chiave è consentire all’altro di poter rivendicare un parziale successo. Non si arriva alle soluzioni spingendo la controparte in un angolo, bensì tentando di trovare un compromesso, senza esasperare i toni. Lo dico anche rispetto alla situazione attuale, in cui ogni reazione si è trasformata in una escalation. Negli ultimi tempi – e in determinate circostanze – è capitato che la diplomazia abbia perso la sua dimensione di riservatezza e tutto sia diventatopubblico».
Giuliana del Papa – nata a Milano, ma cresciuta a Bergamo, nei pressi di Porta Nuova – dallo scorso gennaio vive a Copenaghen, accanto al Palazzo di Amalienborg, residenza invernale di sua Maestà, Re Frederik X e sua moglie, la Regina consorte Mary.
Al civico 2 di Fredericiagade sorge, infatti, un elegante edificio settecentesco che da un secolo è la residenza dell’Ambasciatore d’Italia in Danimarca: titolo cui la bergamasca è assurta dopo un quarto di secolo di una carriera cominciata con un incarico alla Direzione generale per gli Affari politici multilaterali e i diritti umani del Ministero degli Esteri. A seguire, la nomina aprimo segretario commerciale in Perù e successivamente in Spagna, per poi diventare vicecapo missione ad Addis Abeba e primo consigliere alla rappresentanza permanente presso l’Unione Europea a Bruxelles. Senza contare i tanti ruoli ricoperti a Roma, dove fino al 2025 ha guidato l’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione storica della Direzione generale per la Diplomazia pubblica e culturale del Ministero degli Esteri.
Sua Eccellenza, lei è stata nominata Ambasciatrice nel Regno di Danimarca nel giugno 2025, benchél’insediamento vero e proprio sia avvenuto il 7 gennaio: un momento delicato, in virtù della crisi groenlandese. Come sono stati i primi mesi di mandato?
«Molto positivi. Viviamo una fase storica di grande incertezza e, certamente, la Danimarca ha acquisito una maggiore centralità nelle dinamiche europee ed internazionali. Del resto è in prima linea nel sostegno all’Ucraina, è particolarmente sensibile allo sviluppo delle strategie di guerra ibrida – a causa della sua collocazione geopolitica – ed è impegnata in un negoziato con gli Stati Uniti sulla Groenlandia, che inevitabilmente potrà avere riflessi sui rapporti transatlantici. In questo quadro, l’Italia si presenta come un partner affidabile, che sposa posizioni analoghe sui conflitti in territorio europeo, e crede in un mondo governato da regole partecipate, aperto ai commerci e alla navigazione marittima. Questi sei mesi sono stati segnati dal processo elettorale che ha portato il Paese a dotarsi di un nuovo Governo, ancora una volta guidato dalla Primo Ministro Mette Frederiksen. Una continuità importante anche per la sintonia che si è stabilita con la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e che ha trovato nel dossier migratorio un terreno di condivisione ideale e di cooperazione concreta, come si è visto con l’azione esercitata in sinergia affinché entrasse in vigore un Patto sulla migrazione e l’asilo incentrato su maggiore solidarietà europea, lotta ai trafficanti, collaborazione con le Nazioni di origine».
La crisi artica rischia di essere condizionata dalle schermaglie riportate dalla stampa. L’isola è uno scrigno di materiali rari – fondamentali per la transizione industriale – un tassello cruciale per la sicurezza transatlantica e snodo di future rotte commerciali artiche. Dal suo osservatorio a Copenhagen, come si passa dal piano mediatico alla gestione diplomatica del dossier?
«Molti Stati europei hanno dimostrato il proprio supportoa posizioni che non intacchino la sovranità danese. Nel gennaio scorso l’Italia – così come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Danimarca – ha firmato la Dichiarazione congiunta sulla Groenlandia: si ribadisce che il futuro dell’isola dipende esclusivamente dal suo popolo e da Copenaghen. Anche il Parlamento Europeo si è espresso con chiarezza in tal senso: l’UE ha dimostrato di non essere un osservatore passivo. Già nel 2024 aveva inaugurato un ufficio permanente a Nuuk e,nella prossima programmazione di bilancio, è previsto un raddoppio dei finanziamenti destinati alla zona. A ciò si aggiunge l’interesse per progetti concreti: ad esempio nel settore dell’energia idroelettrica. Sono segnali tangibili della disponibilità nel contribuire alla stabilità della regione».
Sembrerebbe che l’Europa e l’Italia siano riuscite a ritagliarsi un ruolo di partner strategici nello sviluppo della Groenlandia, evitando che diventi terreno di scontro esclusivo tra Washington e Pechino.
«Quest’anno l’Italia ha pubblicato la nuova Strategia Nazionale per l’Artico – che aggiorna il documento del 2015 – in risposta a uno scenario profondamente mutato e con una dimensione di sicurezza più evidente. A marzo, inoltre, Roma ha ospitato l’Arctic Circle: uno dei circuiti più attivi sui temi della regione. Dal 2013 siamoOsservatori al Consiglio Artico, che intendiamo sostenere per la salvaguardia di un luogo vitale per gli equilibri del Pianeta. In tal senso, la diplomazia scientifica è lo strumento principe. Naturalmente siamo attenti a possibili sviluppi sul fronte delle materie prime critiche. Ricordo che nel 2012 fu Antonio Tajani –all’epoca Vice-Presidente della Commissione europea, oggi Ministro degli Affari Esteri – a firmare a Nuuk un’intesa con la Groenlandia, col fine di migliorare l’accesso dell’industria europea alle materie prime».
Ha dichiarato che sicurezza, innovazione e competitività sono le parole chiave per vincere le sfide di questo momento storico.
«Non si tratta di concetti astratti: trovano declinazioni pratiche nel dialogo quotidiano, nel tessuto delle relazioni bilaterali. Sul fronte della sicurezza, Italia e Danimarca condividono una visione convergente nei confronti dell’Ucraina, finalizzata al raggiungimento di una pace giusta e duratura, così come sull’opportunità di rafforzare la deterrenza europea in modo compatibile con la NATO. Ho fatto un’associazione tra sicurezza e difesa, consapevole che il tema sia più vasto e contempli anche la sicurezza energetica, o quella relativa alle frontiere e alla navigazione. In quanto all’innovazione, uno degli asset più preziosi della nostra presenza qui è rappresentato dai ricercatori: una comunità di oltre 250 scienziati riuniti nell’ARSID (l’Associazione Ricercatori e Scienziati Italiani in Danimarca). Una rete di eccellenza, con cui l’Ambasciata mantiene un dialogo costante e che facilita i nostri legami con la comunità scientifica danese. Puntiamo a fortificare la relazione tra le università delle due Nazioni attraverso programmi ad hoc. Passando alla competitività, lavoriamo congiuntamente in nome di un’autonomia strategica aperta dell’Unione Europea, che riduca le dipendenze critiche, rafforzando la catena del valore comunitaria, senza compromettere i rapporti commerciali con i partner affidabili che caratterizzano la nostra economia aperta. Un equilibrio delicato, ma necessario».
La Danimarca è spesso citata come riferimento per innovazione, sostenibilità e welfare. C’è qualcosa che l’Italia potrebbe imparare?
«L’osservazione delle soluzioni che gli Stati amici propongono dinnanzi alle grandi sfide comuni è sempre fonte di ispirazione, anche se non è scontato che possano essere replicate in contesti diversi. Il pilastro del modello danese è la fiducia: l’88% dei cittadini dichiara di pagare le tasse con convinzione, perché percepisce in cambio servizi di alta qualità. È un circolo virtuoso, in cui la bassa infedeltà fiscale alimenta un welfare efficiente, che a sua volta consolida la stima nelle istituzioni. Non dimentichiamo la sostenibilità: la Danimarca ha raggiunto traguardi notevoli, poiché il 50% dell’elettricità prodotta proviene da fonti rinnovabili, principalmente dall’eolico off-shore. L’Italia, per contro, vanta un profondo know how nell’economia circolare e nel riciclo di rifiuti: potrebbe essere oggetto di confronto».
Quali sono i comparti con il maggior potenziale di crescita negli scambi tra Italia e Danimarca?
«I dati dell’interscambio commerciale ci restituiscono un quadro incoraggiante: nel 2025 il volume complessivo ha raggiunto un picco di 8,09 miliardi di euro, con l’export verso la Danimarca cresciuto del 10,1%. L’Italia si conferma stabilmente all’ottavo posto tra i fornitori del Paese: un posizionamento che riflette la solidità e la diversificazione della nostra offerta. La meccanica e i mezzi di trasporto rappresentano la prima voce dell’export italiano in Danimarca, con una crescita del 13,7% nel 2025: un risultato che premia la nostra maestria manifatturiera. Ma ci sono altri settori in rapida ascesa. Come il comparto life sciences e farmaceutico,trainato dalla presenza di Novo Nordisk, azienda che ha assunto un ruolo determinante nella crescita locale.L’export di prodotti chimici e farmaceutici ha registrato una crescita straordinaria, pari al 54% nel 2025, a testimonianza delle sinergie possibili tra i due ecosistemi industriali».
Le nostre imprese guardano abbastanza al mercato danese?
«Nel campo delle infrastrutture, l’Italia può vantare contributi di assoluto rilievo: l’ingegneria tricolore è stata protagonista della realizzazione del ponte Margrethe IIe ha dato un apporto decisivo alla metropolitana di Copenaghen, che è gestita da ATM. Sono opere che parlano da sole della nostra capacità progettuale ed esecutiva. Sono convinta che il settore continuerà ad essere fonte di opportunità interessanti, magari anche per aziende già attive in Scandinavia. Non va trascurato il Made in Italy tradizionale: design, moda, agroalimentare e vino mantengono una presenza consolidata e apprezzata e possono ancora crescere. L’Ambasciata continua a investire nella promozione delle eccellenze, organizzando eventi. Tra gli esempi più recenti, l’esposizione presso la Residenza dell’Ambasciatore in occasione del 3daysofdesign di Copenhagen: una vetrina importante, poiché raduna il pubblico scandinavo più attento al design».
In Danimarca risiedono all’incirca 20mila connazionali. Cosa li attrae?
«È una comunità significativa, che negli ultimi anni si è distinta per i giovani molto preparati, occupati negliambiti universitari, della ricerca e dell’innovazione. La Danimarca offre salari competitivi, un’alta qualità della vita e servizi pubblici impeccabili, oltre alla possibilità di vivere e lavorare esprimendosi in lingua inglese. Sono fattori che, nel loro insieme, esercitano una grande attrattiva in chi ha ambizioni professionali e familiari. Questa comunità così ricca è un valore aggiunto per l’azione delle istituzioni danesi. Non mi piace l’espressione “fuga di cervelli”, perché l’Europa è la casa comune e molti di loro mantengono legami profondi con l’Italia, creando connessioni. Certamente auspichiamo che, chi ha acquisito un tale bagaglio di conoscenze,possa considerare il rientro in Patria, se le condizioni lo consentono».
Ho letto che è arrivata alla diplomazia quasi per caso, dopo aver frequentato un Master all’Ispi.
«A posteriori, credo che il caso c’entri poco, anche se è vero che non sapevo molto della carriera diplomatica, né era mai stata un’aspirazione professionale. Fu mia madre a imbattersi in un annuncio di giornale sul Master all’ISPI e a spingermi a partecipare alla selezione. Accettai per mettermi alla prova, ma poi decisi di tentare seriamente il concorso e andò bene. Guardando indietro, penso che nella scelta di studiare scienze politiche con indirizzo internazionale, nonché vivere un anno in Spagna per imparare una seconda lingua – oltre all’inglese – ci fosse già un’inclinazione, se non una sorta di premonizione».
È membro – in passato anche presidente – dell’Associazione Donne italiane Diplomatiche e Dirigenti-DID. La carriera diplomatica è una delle professioni in cui la parità di genere sembra esserepiù lontana: Roma ha nominato le prime ambasciatrici donne nel 2005.
«Questo dovrebbe farci apprezzare i risultati raggiunti in vent’anni, che non sono pochi. Tuttavia, siamo ancora molto indietro: le donne sono il 25% della carriera diplomatica, il 17% dei Capi di missioni diplomatiche nel mondo e il 10% degli Ambasciatori di grado, ovvero dei colleghi che hanno raggiunto la massima qualifica. Può darsi che sia la reticenza legata allo stile di vita in continuo movimento a scoraggiare le donne, però penso che gravi molto di più la scarsità di modelli femminili di riferimento, così come la mancanza di una vera e propria strategia per invertire la rotta. Se posso permettermi un appunto alla domanda, quando non si prova con ogni mezzo a ribilanciare in termini di genere la composizione di una professione intellettuale, la criticità non è per le donne, ma per tutti: perché i talenti sono distribuiti tra la popolazione e vanno cercati ad ampio spettro».
Nel corso della sua carriera ha vissuto e lavorato in Perù, Spagna, Etiopia, Bruxelles e Danimarca. Quale incarico l’ha formata maggiormente?
«Impossibile scegliere. Il Perù è stata la mia prima sede e, come tutte le prime volte, indimenticabile per l’impronta che ha lasciato in me. La Spagna è stata la sede più esaltante a livello professionale e umano – dentro e fuori l’ufficio –: lì ho conosciuto l’uomo che, in seguito, è diventato il padre dei miei figli. L’Etiopia ha rappresentato un momento di grande intensità e crescita, anche per la complessità della situazione del Paese. Bruxelles ha comportato toccare con mano i meccanismi della UE e la difficile composizione degli interessi nazionali che lì si realizza: è un passaggio essenziale per ogni diplomatico. La Danimarca è l’apice della mia carriera, per ora: è un luogo bellissimo, di enorme interesse, con un potenziale ancora inespresso per ciò che concerne le collaborazioni bilaterali».
In quale frangente della sua carriera ha percepito concretamente l’impatto della diplomazia sulla vita delle persone?
«Tutte le innumerevoli declinazioni della nostra professione hanno un impatto sulla vita delle persone, anche se a volte è indiretto e meno visibile. Certamente, l’attuazione di misure di cooperazione allo sviluppo a favore delle popolazioni più vulnerabili in Perù, la gestione dell’ufficio emergenze e l’assistenza umanitaria al Ministero degli Esteri o l’evacuazione dei nostri concittadini dal Sud Sudan in guerra sono stateesperienze in cui ho avuto la percezione immediata dell’impatto del lavoro diplomatico. Ma non è affatto minore quello che si ha nel negoziare strenuamente per mesi, al Consiglio UE, un Regolamento europeo sui Trasporti immediatamente applicabile in Italia, pertantodi impatto su cittadini e imprese».
Quali competenze ritiene indispensabili per un giovan che oggi voglia intraprendere la carriera diplomatica?
«Credo che curiosità, determinazione e spirito di servizio siano qualità indispensabili per tutti. Per le donne, lo è anche seppellire per sempre la “sindromedell’impostore”. È poi fondamentale riuscire a mettersi nei panni dell’altro. Se potessi dare dei consigli a tutti i giovani, suggerirei di approfondire le competenze in materia di digitale e tecnologie, ormai necessarie in quanto possibili strumenti di risposta alle crisi del mondo, se sapremo orientarli a scopi costruttivi. Anche per questo, la recente riforma del Ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale voluta dal Ministro Tajani ha creato una Direzione Generale per le questioni cibernetiche, l’informatica e l’innovazione tecnologica».
Se dovesse indicare una sfida globale che oggi riceve meno attenzione di quella che merita, quale sarebbe?
«Sicuramente la questione demografica. Ma anche la parità di genere, su cui mi pare si sia regrediti, nonostante si intrecci con la battaglia per la sicurezza: fisica, alimentare, energetica, ambientale e sanitaria».
Alla fine del suo mandato a Copenaghen, quale risultato le piacerebbe poter indicare come il più importante?
«Un rafforzamento dei rapporti bilaterali ad ampio raggio: dalla difesa, alla ricerca scientifica. Senza dimenticare l’avvio di un percorso scolastico in lingua fin dalla prima elementare, a favore dei figli dei connazionali trasferitisi in Danimarca.
Dopo tanti anni trascorsi in ogni dove, cosa significa per lei, oggi, sentirsi a casa e qual è la sua relazione con Bergamo?
«Nella mia vita da nomade ho imparato che casa è dove c’è la mia famiglia. Bergamo continua ad esserlo, perché lì vivono mia madre e mia sorella, ma anche perché rappresenta le mie radici, la mia gioventù, la mia storia in relazione al Paese che oggi rappresento nel mondo. Purtroppo, mi sono accorta che spesso, all’estero,l’immagine dell’Italia risente di alcuni cliché e che i casi più virtuosi nemmeno sono noti. Qui, ad esempio, ci considerano refrattari alla logica della transizione ecologica: invece, in termini di riciclo, una Provincia come quella di Bergamo può ergersi a modello».