Andrea Mastrovito: «Ho costruito un agnello di luce, con le ferite dell’uomo»

L’artista bergamasco svela il dietro le quinte dell’Agnus Dei destinato a completare la Sagrada Família di Barcellona: tra vetri frantumati che sanno di performance, tagli (con fuoriuscite di sangue nerazzurro), cosmologia, miracoli, Gaudí, Camus e il Gasp

Andrea Mastrovito: «Ho costruito un agnello di luce, con le ferite dell’uomo»
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Baudelaire sosteneva che la natura fosse una foresta pregna di simboli: il compito dell’uomo, attraversandola, consisteva nel riconoscerli, traducendo l’invisibile in forme e trasformando il mistero in un alfabeto leggibile.
A volte, quel groviglio di vegetazione si palesa dove meno te l’aspetti: nel bar di un hotel di provincia, ad esempio (il “Winter hotel” di Grassobbio), mentre sfogli “un trattato di cosmologia (“Il grande spettacolo del cielo”, di Marco Bersanelli) e, distrattamente, segui una partita minore di campionato (Roma-Empoli).
Perché, se ti chiami Andrea Mastrovito – uno degli esponenti più affermati dell’arte italiana contemporanea – sai che la pratica artistica, in fondo, consiste proprio in questo: andare alla ricerca di corrispondenze tra mondi all’apparenza inconciliabili, perché ogni cosa può illuminarne un’altra, diventando il linguaggio alla base di una nuova opera.
 
Gennaio 2024. Mancava pochissimo alla consegna del bozzetto del suo Agnus Dei alla Junta Constructora della Sagrada Família di Barcellona.
Mastrovito – insieme ad altri quattro colleghi – era stato selezionato per ideare l’Agnello di Dio destinato alla torre centrale (la più alta) della Basilica che Antoni Gaudí lasciò incompiuta alla sua morte, nel 1926 (dopo essere subentrato alla direzione dei lavori di costruzione nel 1883).
Tra le poche indicazioni date, la centralità della luce, nonché la volontà che la scultura fosse affidata a un artista del futuro.
Il tempo stringeva, ma il bergamasco – classe 1978 – era alle prese con un blocco creativo. All’improvviso, la folgorazione: l’immagine di un agnello librato verso il cielo, circondato da raggi e frammenti dorati a plasmare una gabbia scintillante a forma di iperboloide; una figura geometrica ricorrente nei capolavori del maestro catalano, secondo il quale “la linea retta apparteneva agli uomini, quella curva a Dio”. Da qui, la scelta di forgiare tutta la “Sagrada” secondo geometrie organiche e naturali.
 
Visioni, colori, suoni, profumi: simboli che comunicano, tessendo una rete di connessioni misteriose che solo chi possiede la sensibilità necessaria sa decifrare.
Mastrovito percorre stanze d’albergo, campi da calcio e trattati di cosmologia con lo stesso sguardo: a caccia di “Correspondences”. «Tutto il mio lavoro si basa su correlazioni, sinestesie, binomi, opposizioni che parlano lo stesso idioma e, a un certo punto, si incrociano: sulla punta di una matita, su quella di un taglierino o, come in questo caso, sul profilo dei vetri taglienti dell’Agnus Dei», racconta.
 
“Gv 1,29” – il nome dell’installazione con cui ha vinto il concorso – è realizzata in acciaio, oro e, vetro: l’agnello, in vetro cavo, è ricoperto da migliaia di schegge dello stesso materiale, ottenuto frantumando personalmente bicchieri e bottiglie.

«E procurandomi diverse ferite: è persino capitato che perdessi sangue, rigorosamente nerazzurro (Mastrovito è un fan sfegatato dell’Atalanta, ndr)».
 
Un gesto artistico che ha il sapore di una performance. Non ha pensato di farsi filmare?

«Fin dai tempi del liceo, il mio migliore amico è Marco Marcassoli, diventato un regista affermato. Ha lo studio di fronte al mio, a Grassobbio: quando ho ricevuto la chiamata in cui mi comunicavano di aver vinto il concorso indetto dalla Junta, Marco ha insistito per riprendere le fasi del processo creativo – soprattutto la parte relativa alla realizzazione dell’agnello e delle schegge – insieme al suo staff. Ne è scaturito un lunghissimo, prezioso girato che, ovviamente, verrà vagliato dalla commissione della Sagrada. Se l’ho rivisto? No, non sono così autoriferito. Quando esco dallo studio, torno a casa per giocare a calcio con mio figlio grande (Mattia James, 9 anni; a seguire i gemelli Paride Kirk e Romeo Lars, di 2 anni: nomi che tradiscono la passione per i Metallica, ndr)».
 
Ognuna delle schegge in vetro è metafora di una sofferenza umana. Qual è la piaga dei nostri tempi?

«Credo sia l’impossibilità di vivere, esprimersi, riuscire a far fronte alla necessità primarie: questa è la condizione che riguarda l’80% della popolazione mondiale. A eccezione dell’Occidente, gli altri si svegliano la mattina senza sapere se arriveranno a sera, minacciati da guerre, malattie, violenze, cataclismi naturali. Ritengo che il mistero dell’uomo risieda nell’assurdità di tale sofferenza e nella ribellione ad essa: cui Cristo dà una risposta, elevandola a qualcosa di divino, con la Passione. E il dolore genera legami che affondano le radici nell’empatia».
 
L’agnello è circondato da ventiquattro raggi e altrettante citazioni, tutte tratte dal Nuovo Testamento.

«Inizialmente ne avevo proposte ventotto, ma si è optato per ridurle a ventiquattro: un numero importante nella teologia biblica, poiché rappresenta gli attributi di Cristo. La mia preferita è quella che ho scelto per titolare l’opera: “Ecce Agnus Dei, Qui tollit peccata mundi”. Ovvero: “Ecco l’Agnello di Dio, Ecco Colui che toglie i peccati del mondo”. È la frase con cui Giovanni Battista accoglie Gesù nel Giordano, davanti ai suoi discepoli: compare al versetto 29 del primo capitolo del suo Vangelo».
 
La scultura è collocata a 172 metri di altezza: c’è un dettaglio che rischia di non essere notato, ma che ritiene fondamentale?

«Sicuramente l’occhio dorato: è il punto d’incontro tra il pubblico e il Redentore. Il corpo dell’animale è rivolto verso il cielo, essendo in fase ascensionale, eppure il muso è orientato verso il basso, in direzione dei fedeli. Sembra stia scalciando, recalcitrante: del resto, i Vangeli testimoniano che un attimo prima di spirare, Gesù pronunciò la frase “Eloi, Eloi, lama sabachthani?“, ovvero “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. È il momento in cui viene sopraffatto dal dolore: tuttavia trova la forza di voltarsi, con sguardo languido, moribondo, pieno d’amore. È in quell’esatto frangente che il Salvatore si erge a ponte tra l’umano e il divino. Su questo aspetto, mi sono confrontato a lungo con gli architetti: in principio, l’agnello avrebbe dovuto essere girato totalmente verso l’alto, ma i visitatori ne avrebbero visto soltanto il dorso. Da lì la scelta di questa torsione, fisica e metaforica».
 
Pensa che a Gaudí sarebbe piaciuto “Gv 1,29”?

«Esistono diverse testimonianze in merito al rapporto complesso che Gaudí ebbe con gli artisti con cui collaborava. Aveva un carattere molto forte: chiunque lavorasse per lui, doveva sottostargli. Posso ipotizzare che ci saremmo scornati, ma spero che avrebbe apprezzato il risultato finale: mi sono concentrato moltissimo sul tema della luce, a lui caro, creando un “cordero luminoso” (citazione non colta da chi scrive, ma subito contestualizzata da Mastrovito: un gioco di parole estemporaneo, per omaggiare uno dei suoi idoli d’infanzia, Claudio Caniggia, ribattezzato dalla stampa argentina “el puntero luminoso”, ndr)».
 
Approfondendo la biografia di Gaudí, si è imbattuto in affinità tra di voi?

«In realtà ho trovato grandissime differenze. In primis, lui era architetto: io e la prima arte non siamo mai andati d’accordo. Eppure, il suo essere riuscito a portarla da una dimensione scientifica a una naturale è qualcosa che ci accomuna, così come il desiderio di inventare, piegando le tecnologie delle rispettive epoche al volere della mano. Ovviamente, lungi da me il paragonarmi a lui: è stato un genio. Consacrò la sua vita alla Sagrada: cercando di mantenere la promessa che fece a se stesso, e a Dio, di terminarla. Divenne la sua missione: trascorse gli ultimi trent’anni vivendo all’interno del cantiere. Io, al contrario, ho tre bambini e una moglie: mi verrebbe difficile un’esistenza simile, pur adorando la “vita da studio”».
 
A completare l’opera del “più catalano dei catalani” – uno dei suoi soprannomi – è stato reclutato “il più bergamasco dei bergamaschi”. Ha percepito diffidenza?

«Sono bergamasco nell’anima, ma il mio cognome racconta le mie origini pugliesi. Non ho mai avvertito diffidenza, anzi: durante ogni fase ho sentito fiducia totale da parte di tutti. Jordi Faulí – l’architetto responsabile dell’intero progetto della Basilica – e Mauricio Cortés, il progettista referente per la Torre di Gesù Cristo, hanno accolto con entusiasmo anche gli altri bergamaschi DOC con cui ho collaborato: lo studio Reduzzi di Castel Rozzone. Artigiani di straordinaria qualità – capitanati da Lino – capaci di combinare tecniche antiche e moderne».
 
Facciamo un passo indietro: quando ha ricevuto la chiamata che le comunicava di aver vinto la commessa, come ha reagito?

«L’ho immediatamente detto a Nicola, il mio assistente, e Marco Marcassoli: erano davanti a me. Poi ho telefonato a mia moglie, che si trovava a New York, facendole ascoltare “Barcelona”, il singolo di Freddie Mercury e Montserrat Caballé. A seguire  ho avvisato il Gasp, mia mamma e mio papà. Erano tutti molto emozionati: io in primis. Sto ancora metabolizzando l’accaduto».
  
Da tifoso sfegatato: chi sono il Gaudí e il Mastrovito del calcio?

«Per me non ha senso parlare di calcio in generale: il mio mondo ruota intorno all’Atalanta. L’architetto più geniale di tutti è sicuramente stato il Gasp: quindi è lui il nostro Gaudí. Il Mastrovito nerazzurro? Scamacca. Ne sono innamorato ed è anche il calciatore preferito di mio figlio, che si fa chiamare così. Ma lo sa che persino Camus – autore di pietre miliari del teatro – sosteneva che “non ci fosse altro posto nel mondo dove l’uomo fosse più felice di uno stadio di calcio”?».
 
Nel 2016 si sprecarono fiumi di inchiostro in merito al Cristo in Croce che dipinse per la chiesa dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, il cui volto – secondo alcuni – era ispirato al capo ultrà dell’Atalanta, Claudio Galimberti, detto il Bòcia. Lei non confermò né smentì, ma dichiarò che amava nascessero storie e leggende attorno alle sue opere. Quale vorrebbe aleggiasse intorno a “Gv 1,29”?

«In realtà mi sorprese leggere quel virgolettato: era una frase che non avevo mai proferito. Non mi piace alimentare le dicerie: sono una persona normale, tutta studio e stadio. Ciò premesso, qualche anno fa mi contattò una mamma: voleva condividere con me la sua gioia, perché ai piedi di quel Cristo si era compiuto un miracolo. Aveva trascorso tutta la notte a pregare – colpita da un volto tanto umano – implorando che il suo bambino, ricoverato in fin di vita al Papa Giovanni XXIII, in seguito a un annegamento, potesse salvarsi. La mattina successiva il piccolo fu dichiarato fuori pericolo: e oggi sta benissimo. Perciò, posso ipotizzare che attorno a quell’Agnus Dei – collocato all’interno di una basilica leggendaria – accadranno cose meravigliose».