«Alziamo lo sguardo per guardare lontano»
Dalla longevità ai giovani, dallo sport all’inclusione: l’assessore Marcella Messina racconta la sua visione di una città capace di accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita. A testa alta: per ampliare gli orizzonti
- Politica
Ha trascorso il sabato pomeriggio pigiando l’uva, a Scanzorosciate. La sera ha cenato a Loreto – in occasione della sagra di Sant’Alessandro – intrattenendosi con i numerosi commensali. La domenica, di buonora, ha tagliato il nastro della 48esima edizione della StraBergamo per poi scappare, in tarda mattinata, all’inaugurazione della Bmx zone di Loreto, appena riqualificata.
Cronistoria di un qualsiasi fine settimana di Marcella Messina, assessore alle Politiche Sociali, Sport, Salute e Longevità della giunta Carnevali (già alle Politiche Sociali del Gori bis, dal 2019).
Una laurea in Scienze dell’Educazione, un Master in Psicologia e un Dottorato in Antropologia ed epistemologia della complessità, comprensivo di un semestre al King’s College di Londra. Un figlio di 14 anni (Lorenzo) e un marito ex collega, a palazzo Frizzoni (Alberto Vergalli).
Alle ultime elezioni – forte delle 777 preferenze raccolte – Messina è stata la più votata della Lista Gori.
E pensare che il suo debutto nella politica “che conta” (anno 2013, in qualità di capolista di Sinistra ecologia Libertà) fu accolto dall’allora direttore di “Libero”, Maurizio Belpietro, con un titolo a dir poco infelice: “SEL sceglie la bionda pin up per battere Maroni”.
Avvezza a combattere contro gli stereotipi che accompagnano coloro cui Madre Natura ha donato una strepitosa bellezza, senza lesinare nemmeno sul fronte dell’intelligenza, replicò a tono, rispedendo al mittente quell’appellativo poco rispettoso.
Perché, sì: è possibile essere aitanti, bionde, con lineamenti angelici e penetranti occhi azzurri, eppure scegliere di consacrare la propria esistenza professionale al prossimo, battendosi, a livello politico, per l’inclusione, la salute e la longevità, senza aspirare a comparire sui rotocalchi per la propria avvenenza. «Un preconcetto inevitabilmente legato al genere: nel mio caso, mi ha spronato a voler dimostrare chi fossi e quali competenze avessi», chiarisce.
Figlia unica di un’insegnante di lettere e di un preside: quale tipo di educazione ha ricevuto?
«Rigida e improntata al senso del dovere. Condivido un piccolo aneddoto che è eloquente dell’ambiente in cui sono cresciuta: sarò stata in quarta elementare ed ero a Gardaland, in gita con i miei. Stavamo pranzando e, accanto al nostro tavolo, c’era un gruppetto di adolescenti, alle prese con una cartolina da inviare ad un amico. Lessero ad alta voce il testo: “Se saresti venuto, ti saresti divertito”. Mamma non riuscì a trattenersi: “Ragazze, scusate: ma il destinatario non vi risponderà mai, trovandosi davanti a questo strafalcione!”. Al che, spiegò loro che quel condizionale passato andava depennato e sostituito con “se fossi venuto”. Volevo sotterrarmi: eppure, loro non smettevano di ringraziarla. Insomma: i miei genitori mi hanno insegnato quanto sia importante studiare, leggere, approfondire, essere preparati, rifuggire il pressapochismo».
Un’impostazione così rigorosa le sarà tornata utile anche sul piano professionale.
«Quando Gori, nel 2019, mi chiese di occuparmi dell’assessorato, accettai perché andava in continuità con la mia formazione e la mia esperienza: significava avere la possibilità di vedere ciò che avveniva dietro la macchina da presa. Mi ero sempre dedicata alla costruzione di progetti, servizi e enti nell’ambito del sociale: in quel ruolo, avrei potuto adoperarmi all’interno dell’istituzione. La ritenevo una possibilità estremamente formativa: sono arrivata all’amministrazione senza una candidatura formale. Tuttavia, dopo un lustro da assessore, ho ritenuto necessario passare dalle urne per proseguire – o meno – il mio incarico, portando avanti i programmi della Lista Gori. Il risultato mi ha lusingata: Bergamo non aveva mai annoverato la stessa figura alle politiche sociali per due mandati consecutivi»
Dal 2019 al 2029 – quando terminerà il suo mandato – chissà a quanti cambiamenti avrà assistito.
«Per certi versi, il mondo è cambiato sotto i miei occhi, tra Covid, post Covid, PNRR: le politiche di welfare hanno subito mutazioni a livello governativo, regionale, territoriale. Sono lieta di essere testimone di questo spaccato evolutivo».
Non ha lasciato il suo lavoro.
«È il mio punto fermo, il mio riferimento. Tuttora sono in aspettativa dal ruolo di direttrice della Cooperativa Serena. Ci sono arrivata poco alla volta: mentre studiavo, ero assistente educatrice all’asilo Benvenuti, dove seguivo una bambina con disabilità; successivamente sono diventata educatrice, poi coordinatrice, responsabile di servizio, direttore e, infine, presidente della cooperativa. Ci tengo a condividere il mio cammino, perché alle volte sembra che i giovani vogliano tutto e subito, in termini di riconoscimento: invece, bisogna darsi tempo, permettere all’organizzazione di capire chi sei e, piuttosto, rivendicare la giusta valorizzazione in un secondo momento».
Cosa farà dopo il 2029?
«Vivo giorno per giorno: serve a me e alle persone che ho al mio fianco. Altrimenti, il rischio è quello di buttare ansia addosso agli altri rispetto alla propria aspettativa di futuro. Sicuramente, alla fine di questa esperienza avrò competenze che non possedevo, all’inizio: ad esempio, non mi ero mai occupata di grave marginalizzazione o di politiche relative all’invecchiamento».
Lei è stata il primo assessore con delega alla Longevità in Italia (oggi se ne contano altri tre: a Brescia, Cremona e Arezzo, ndr).
«Un tema che ho a cuore: l’invecchiamento richiede servizi che non sono legati soltanto alla fragilità o al declino; in presenza di buona salute, si può diventare protagonisti della propria comunità. Ecco perché non vanno considerate esclusivamente le politiche riparative, ma anche quelle proattive: efficaci per contrastare l’isolamento sociale e il decadimento. Viviamo di più e dobbiamo vivere meglio: essere presenti in maniera trasversale, a prescindere dalle possibilità economiche. Abbiamo preso un impegno cui non verremo meno: plasmare una Bergamo che sa fornire le risposte adeguate alle diverse fasce di età. Siamo un territorio fortunato pure in termini di cure mediche innovative: godiamo di realtà scientifiche d’eccellenza, come l’istituto Mario Negri, l’ospedale Papa Giovanni XXIII e un’università che ha istituito un centro per la Longevità (il CHL, Centre for Healthy Longevity). È a partire da queste premesse che sono nate e nasceranno una serie di iniziative fondanti del mio assessorato».
Qualche anticipazione?
«Offriremo la possibilità di fare attività fisica ai caregiver e agli over 65. Ricordo, inoltre, che abbiamo appena ampliato l’offerta del “nuoto in cartella”. Bisogna contrastare l’inattività: innescare nei cittadini il desiderio di muoversi, perché il moto fa bene e riduce l’isolamento»
Un aspetto che riguarda anche i giovani.
«Certamente. È necessario combattere la dispersione dello sport giovanile: quanti ragazzi, scoraggiati dal fatto che il mister li tenga in panchina, mollano il calcio o la pallavolo? Abbiamo il dovere di fornire un’offerta variegata di discipline, perché campetti e palestre sono terreno fertile per le nuove amicizie».
Per combattere l’isolamento, si è inventata il “CRE per gli anziani”.
«D’estate fa molto caldo: ok il centro commerciale, ma poi? Abbiamo scelto luoghi climatizzati, con giardino, per l’accoglienza di persone anziane che vogliano stare in compagnia, tenersi occupate con attività stimolanti dal punto di vista cognitivo: un modo per rendere l’estate meno lunga. In città ci sono all’incirca diecimila anziani: quest’anno ne abbiamo accolti una novantina, stipulando convenzioni ad hoc con i taxisti e il Circolino, per i pranzi. Inoltre, orientandoci sull’idea di un CRE diffuso, abbiamo sottoscritto un accordo con il cinema Capitol affinché gli over 65 potessero seguire la programmazione a 1 euro: sono stati staccati 900 biglietti. Il prossimo anno mi piacerebbe coinvolgere il bar a fianco, cosicché possano bere un caffè a prezzo calmierato e parlare del film appena visto, quasi fosse una sorta di cineforum».
Come sono stati i riscontri, sul piano umano?
«Durante la festa conclusiva ho ricevuto tantissime lettere: impossibile leggerle senza commuoversi. Una signora mi ha scritto: “Ero sola: mi avete ridato la vita!”».
Toccante.
«Sa cosa ho imparato? Che la longevità – di cui fortunatamente godiamo – implica che ciascuno di noi debba imparare a pianificare il proprio invecchiamento. Siamo concentrati sulle vite frenetiche di oggi, ma arriverà per tutti il giorno in cui il telefono non squillerà più. Un altro aspetto cui tengo molto è la povertà relazionale, intesa come criterio di welfare: da un punto di vista normativo abbiamo deciso di non considerare soltanto l’ISEE – che spesso non ha una ricaduta concreta – e introdurre l’elemento della solitudine. Laddove esiste l’assenza di una rete familiare di supporto, la persona gode di un abbattimento della retta, per ricevere l’assistenza domiciliare».
Siamo il secondo Paese più vecchio al mondo.
«Non dimentichiamo il tema delle pochissime nascite: il dato grave non è che invecchiamo, ma che facciamo 1,3 figli a testa. Che significa? Che esiste il desiderio di avere un bambino, ma poi ci si blocca. E la colpa non è della penuria di asili nido: c’è molto altro. I figli vanno sostenuti, accompagnati: i compiti del pomeriggio, gli impegni sportivi sono poco concilianti con la vita lavorativa full time dei genitori. Servono politiche di welfare più lungimiranti, tenendo conto che non bisogna concentrarsi esclusivamente sui primi tre anni, ma nel sostenere tutto il percorso di crescita: altrimenti il fenomeno della “generazione sandwich” – i 40/60enni “schiacciati” tra la cura dei figli e la perdita dell’autosufficienza dei genitori – è destinato a non risolversi».
In una delle prime interviste rilasciate in occasione del secondo mandato, dichiarava che la sua Bergamo sarebbe ruotata intorno a tre cardini: sport, accessibilità e inclusione. Quale filone sta procedendo meglio e quale, invece, più a rilento?
«Abbiamo rivolto una forte attenzione all’inclusione, contemplando tutte le fragilità. Sul fronte sportivo continuiamo ad adoperarci: è fondamentale. In quanto all’accessibilità, dobbiamo ancora raggiungere alcuni obiettivi: non riguarda solo le barriere architettoniche, ma anche l’accesso a servizi e linguaggi».
Quale risultato vorrebbe rivendicare a fine mandato?
«Veder realizzato tutto ciò a cui stiamo lavorando: dalla Cascina Ponchia – progetto di residenzialità per persone con autismo – alle iniziative in ambito atletico».
In qualità di assessore si occupa di anziani, ma come mamma gode di un osservatorio privilegiato nei confronti dei giovani.
«Li osservo con interesse. Lo spaccato che ho – dalle politiche sociali – a volte li chiama in causa nelle loro fragilità: tutela di minori, ragazzi segnalati dalla Procura. Cosa li accomuna? Il bisogno di ritrovare riferimenti che sono andati persi: ecco perché ho portato a Bergamo il progetto di giustizia riparativa. È importante che, se sbagliano una volta, arrivino alla consapevolezza e alla riparazione di quanto fatto. Gli altri tre quarti degli adolescenti che conosco, da mamma, sono curiosi di conoscere il mondo, condizionati dagli strumenti di cui dispongono oggi, come i social network. Ci spaventa che i nostri ragazzi abbiano il capo perennemente chinato sul telefonino: ma il nostro obiettivo, da genitori, è di osservarli un po’ di più e meglio, invitandoli ad alzare lo sguardo: camminando a testa alta. In tutti i sensi».
Chi è il suo mito, se ne ha?
«Margherita Hack. Ho amato tutti i suoi libri. E sa perché? Insegnano ad alzare lo sguardo. Tornando a ciò di cui parlavo poco fa: quando vedo un giovane con la testa sul cellulare, il mio timore non è legato all’utilizzo dello smartphone, ma al fatto che si scordi di guardarsi attorno: di ampliare il suo raggio visivo».
Cosa apprezza dei suoi due sindaci: Giorgio Gori ed Elena Carnevali?
«Devo molto a entrambi. Di Giorgio ho sempre ammirato lo stile, a tratti asciutto, e la capacità manageriale. L’aver gestito un comune in maniera così performante, valorizzando ogni interlocutore per le sue qualità. Di Elena apprezzo la capacità di gestire mille relazioni, senza mai negarsi o cedere alla stanchezza».
Manca poco al 2027: anno in cui Bergamo sarà “Città Europea dello Sport”.
«Spesso lo sport viene lasciato ai margini, benché sia una risorsa: in quanto tale, deve tornare al centro. Servono più proposte e strutture».
Quale augurio a medio o lungo termine rivolge a Bergamo e quale a se stessa?
«Mi piacerebbe che la nostra città trovasse l’armonia di cui ha bisogno. Lo stesso auspico a me: vorrei continuare ad offrire elementi di impegno – non inteso come attivismo – dedicandomi a cose che mi rendano serena».